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    Regionali, finisce 3-3. Il centrosinistra mantiene Campania, Toscana e Puglia; il centrodestra si conferma in Veneto e Liguria e strappa le Marche. Referendum: stravince il sì

    election day

    Netto successo dei Sì al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. I favorevoli sfiorano il 70. Finisce 3-3 la partita delle Regionali, secondo le proiezioni. Ma, viste le premesse, per il centrosinistra è molto più di un pareggio.
    di Andrea Gagliardi

    Il segretario Nazionale PD Nicola Zingaretti con il presidente della Campania Vincenzo De Luca

    Netto successo dei Sì al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. I favorevoli sfiorano il 70. Finisce 3-3 la partita delle Regionali, secondo le proiezioni. Ma, viste le premesse, per il centrosinistra è molto più di un pareggio.

    21 settembre 2020

    3′ di lettura
    Vittoria netta del sì (con oltre il 69%) al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. E tre a tre il risultato delle elezioni regionali, con il centrosinistra che mantiene Campania, Toscana e Puglia (queste ultime due date in bilico dagli ultimi sondaggi e dai primi exit poll) e il centrodestra che trionfa in Veneto e Liguria, strappando al centrosinistra le Marche. Sono questi, a spoglio concluso per il referendum e ancora in corso per le regionali, i principali risultati della consultazione elettorale del 20 e 21 settembre. Il M5s, unico partito ad essersi convintamente speso per il sì, incassa la vittoria al referendum, ma registra una performance negativa alle regionali. Mentre il Pd a guida Zingaretti esce sostanzialmente rafforzato.

    Giani e Emiliano vincono in Toscana e Puglia

    Confermato dunque il preannunciato “plebiscito” per Zaia in Veneto, la vittoria del presidente uscente Toti in Liguria e del candidato di centrodestra Acquaroli nelle Marche. Sul fronte opposto è netta l’affermazione dell’uscente De Luca in Campania, ma si avviano, a sorpresa, verso una ampia vittoria anche Emiliano in Puglia ed Giani in Toscana, contro gli sfidanti di centrodestra rispettivamente Fitto e Ceccardi.

    Pareggio (tre a tre) tra centrodestra e centrosinistra

    Nel dettaglio, in Toscana Eugenio Giani (centrosinistra), a scrutinio quasi terminato, ha 8 punti di vantaggio (48,6%) sulla sfidante di centrodestra Susanna Ceccardi al 40,5%. In Veneto a oltre metà spoglio Luca Zaia vince a valanga, con il 76,1%, su Arturo Lorenzoni (centrosinistra) fermo al 16,2%.In Liguria Giovanni Toti (centrodestra), a spoglio quasi concluso è nettamente avanti con 56% su Ferruccio Sansa (centrosinistra e M5s) al 39%. Nelle Marche Francesco Acquaroli (centrodestra), con oltre metà delle sezioni scrutinate, è in vantaggio con il 49% mentre Maurizio Mangialardi (centrosinistra) è fermo al 37%. In base alle ultime proiezioni Opinio-Rai Campania Vincenzo De Luca (centrosinistra),è avanti con il 64,7% su Stefano Caldoro (centrodestra) con il 20,8%. Con la 5s Valeria Ciarambino all’11,5%. In Puglia invece Michele Emiliano (centrosinistra) è in testa con il 46,6% contro Raffaele Fitto al 37,6%. Da registrare qui il 11,3% della candidata M5s Antonella Laricchia.
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    Referendum, Zingaretti soddisfatto: ora avanti riforme

    Il leader del Pd Nicola Zingaretti è «soddisfatto» del risultato del referendum. Con la vittoria del Sì «si apre una stagione di riforme e con gli alleati faremo di tutto perché vada avanti spedita». Quanto al risultato delle regionali, il Pd «è il primo partito politico italiano». Detto questo, aggiunge, non «cadiamo nel tranello del rimpasto sui nomi: incalzeremo il governo su come spendere bene i miliardi di euro» del Recovery Fund. E rilancia in materia di immigrazione: «Sui decreti Salvini c’è un accordo e ora vanno assolutamente modificati». «Grazie a Zingaretti che in mezzo a pressioni e pessimismi di ogni tipo ha tenuto il timone del partito nella direzione giusta, sia sul referendum che sulle regionali. Non era facile e ora che lui e il Pd sono più forti, governo e riforme costituzionali potranno andare avanti» è il commento su Twitter di Dario Franceschini, capo delegazione Pd al governo.

    Referendum, Di Maio: esito storico, impossibile senza M5S

    «Quello raggiunto oggi è un risultato storico. Torniamo ad avere un Parlamento normale, con 345 poltrone e privilegi in meno. È la politica che dà un segnale ai cittadini. Senza il MoVimento 5 Stelle tutto questo non sarebbe mai successo» scrive invece su Fb il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che parla di «punto di inizio non un punto di arrivo». E aggiunge: «Da oggi si riapre un percorso di rinnovamento e rinascita che ci vedrà uniti: in questa cornice il prossimo step dovrà essere l’approvazione di una legge elettorale proporzionale». E rilancia: «Voglio rivolgere un invito sia al fronte dei sì che al fronte del no: riduciamo anche gli stipendi dei parlamentari». Quanto alle ricadute politiche del referendum, per Di Maio «qualcuno voleva il No per colpire anche il governo, ma è stato un boomerang». LEGGI TUTTO

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    Taglio dei parlamentari secondo nella classifica dei referendum costituzionali per affluenza

    IL CONFRONTO CON I PRECEDENTI

    Il Covid-19 non ha fermato gli elettori che hanno deciso di esprimersi sul quesito. Il record appartiene alla consultazione sul disegno di legge costituzionale della cosiddetta riforma “Renzi-Boschi”, che puntava al superamento del bicameralismo perfetto
    di Andrea Carli e Andrea Gagliardi

    Referendum e regionali: ecco le proiezioni

    Il Covid-19 non ha fermato gli elettori che hanno deciso di esprimersi sul quesito. Il record appartiene alla consultazione sul disegno di legge costituzionale della cosiddetta riforma “Renzi-Boschi”, che puntava al superamento del bicameralismo perfetto

    21 settembre 2020

    2′ di lettura
    Alla fine la voglia di esprimersi sul taglio dei parlamentari è stata più forte della paura del Covid-19. L’affluenza al voto per il referendum costituzionale alla chiusura dei seggi è stata del 53,84%. Un risultato in termini di adesione che la pone al secondo posto nella classifica dei referendum costituzionali.
    Se è vero che siamo oltre undici punti percentuali al di sotto del record registrato in occasione della consultazione per il superamento del bicameralismo perfetto (quasi il 65,5%), il voto sul taglio dei parlamentari si pone al di sopra di altri due precedenti: il referendum sulla riforma dell’articolo V della Carta (34,1) e quello sulla devolution (52,5).

    La percentuale di partecipazione dell’ultima consultazione sul taglio dei parlamentari, non vincolante per il raggiungimento del quorum, ha raggiunto i picchi massimi al Nord, come confermano gli esiti della Valle d’Aosta (73,5%), Trentino Alto Adige (70,9%) e Veneto (67,5%). Affluenza più contenuta al Sud, nonostante il 61% della Campania, confermata però dal 35,7% della Sardegna e dal 45,2% della Calabria.

    Il referendum del 2001: la riforma dell’articolo V della Costituzione

    Il referendum costituzionale in Italia del 2001 – si è tenuto in un solo giorno, il 7 ottobre – aveva ad oggetto la riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione (approvata dalla maggioranza dell’Unione negli anni dei governo Prodi, D’Alema e Amato), che ridefiniva tra l’altro, le materie rientranti nella potestà legislativa esclusiva e concorrente dello Stato e delle regioni, attribuendo più poteri a queste ultime. Primo referendum confermativo nella storia repubblicana, vide la prevalenza dei sì col 64,2% dei voti, con un’affluenza attestatasi al 34,1% dei votanti.

    La consultazione del 2006 sulla “devolution”

    Il referendum costituzionale del 2006 – in questo caso la consultazione si è sviluppata in due giorni, il 25 e il 26 giugno – aveva ad oggetto la riforma, varata dal governo Berlusconi (su ispirazione della Lega di Umberto Bossi e con Roberto Calderoli ministro delle Riforme). La cosiddetta “devolution” che viene bocciata con il 61% mentre i votanti raggiungono il 52,5%. LEGGI TUTTO

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    Zingaretti, Conte, Di Maio, Salvini, Meloni: chi ha vinto e chi ha perso le elezioni

    election day

    Metà dei voti pentastellati in Toscana e in Puglia sono andati al candidato dem garantendogli la probabile vittoria
    di Barbara Fiammeri

    Referendum e regionali: ecco le proiezioni

    Metà dei voti pentastellati in Toscana e in Puglia sono andati al candidato dem garantendogli la probabile vittoria

    21 settembre 2020

    3′ di lettura
    Nicola Zingaretti lo ha ripetuto anche in queste ore: «Se ci fossimo alleati avremmo vinto quasi ovunque». Forse il segretario dem esagera. Ma è evidente che se verrà confermata la vittoria del centrosinistra in Toscana e in Puglia un ruolo decisivo lo hanno avuto quegli elettori pentastellati che hanno deciso di convergere sul candidato del Pd sconfessando la linea del vertice M5S che ha puntatto sulla corsa in solitaria. Un risultato che rafforza il Governo e mette in difficoltà il centrodestra.

    I voti decisivi per la vittoria di Giani ed Emiliano

    Sono i numeri a confermarlo. Alle ultime europee del maggio 2019 in Toscana il Pd aveva mantenuto il primato con il 33% (ancora non c’era stata la scissione renziana e la nascita di Italia viva) ma la coalizione di centrodestra era oltre il 42%, mentre il M5s aveva fatto registrare il 12,7. Ancora più evidente in Puglia. Lì i partiti del centrosinistra erano andati malissimo , sotto il 30%, mentre quelli del centrodestra erano al 45% e il M5s, pur avendo perso una valanga di voti, era rimasto il primo partito con il 26%. Ebbene, tanto in Toscana che in Puglia i candidati M5s hanno ottenuto la metà dei voti rispetto a un anno fa. Buona parte di questi voti sono stati decisivi per far vincere Eugenio Giani e Michele Emiliano.

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    Zingaretti rivendicherà con forza il risultato

    È questo il dato politico che emerge dal voto. In che modo questo si rifletterà sull’Esecutivo e sui rapporti tra i soci di maggiaranza è però un’altra storia. Certamente Zingaretti si farà sentire.Alla vigilia del voto era ritenuto quello più a rischio, adesso il segretario del Pd rivendicherà con forza il risultato

    Di Maio e la leadership del movimento

    Luigi Di Maio Lo ha già capito. Pur enfatizzando il risultato del referendum ha espresso un giudizio critico sul suo partito per come ha deciso di presentarsi alle Regionali, ovvero di non fare l’alleanza con il Pd. E non basterà a confutarla ricordare che in Liguria, dove l’alleanza si è fatta, a prevalere è stato il centrodestra. Che le Regioni in bilico fossero Puglia, Toscana e Marche era noto. Ma soprattutto queste erano le Regioni governate dal loro alleato, il Pd. Una presa di posizione con cui Di Maio si presenterà ai prossimi Stati generali programmati da M5s e nei quali si deciderà la leadership del Movimento.

    Conte dovrà fare i conti con l’alleato galvanizzato

    Anche il premier tira un sospiro di sollievo. Se il Pd fosse crollato gli effetti sul Governo si sarebbe fatto sentire. Adesso però Giuseppe Conte dovrà fare i conti con un alleato galvanizzato, che già alla vigilia del voto chiedeva “un cambio di passo” : Recovery fund e Mes sono in cima alla lista ma dietro le quinte forse già si lavora per qualche new entry. LEGGI TUTTO

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    Mini-riforme e ritocchi: cosa succede con la vittoria del Sì al referendum

    Referendum e regionali: ecco le proiezioni

    Più forte l’asse Pd-M5s: ora avanti con l’uniformazione del sistema di elezione tra Camera e Senato, per la legge elettorale servirà invece più tempo

    21 settembre 2020

    4′ di lettura
    Il buon risultato del referendum confermativo sulla riforma costituzionale che taglia di un terzo il numero dei parlamentari – con i Sì che si avviano verso il 70 per cento man mano che procede lo spoglio reale – è sicuramente una boccata d’ossigeno per un M5s, e soprattutto per il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, per il resto in crisi di consenso e di identità dopo più di due anni di governo prima con la Lega e poi con il Pd.
    Ma la vittoria dei Sì è un successo anche per il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che pur tra mille dubbi ha schierato ai primi di settembre il suo partito per il sì al taglio nonostante tre voti contrari su quattro in Parlamento e nonostante una forte resistenza interna (dai padri fondatori Romano Prodi e Walter Veltroni a dirigenti del calibro di Luigi Zanda, Gianni Cuperlo, Matteo Orfini).

    La vittoria del Sì rafforza l’asse M5s-Pd

    L’asse M5s-Pd almeno su questo fronte regge, e i democratici si attendono ora di veder ricambiato il loro appoggio alla battaglia storica pentastellata con qualche concessione sull’agenda di governo: dall’attivazione del Mes per ottenere i 37 miliardi di prestito agevolato per la sanità fino alle modifiche ai decreti sicurezza varati al tempo in cui Matteo Salvini sedeva al Viminale.

    Gli effetti distorsivi del taglio…

    Ma al di là della lettura politica del voto referendario, il taglio del numero dei parlamentari ha come si sa (ed è stato questo uno degli argomenti forti del fronte del No) ripercussioni dirette sul sistema di elezione e sul funzionamento delle due Camere. Per questo ora è più che mai urgente procedere con i “ritocchi” costituzionali voluti soprattutto dal Pd e che hanno cominciato a muovere i primi passi in Parlamento. Passare da 945 deputati a 600 impatta intanto sull’attuale legge elettorale, il Rosatellum, che prevede un 37% circa di collegi uninominali (il resto è un proporzionale con liste bloccate e sbarramento al 3%), che ora aumentano considerevolmente di dimensione con due effetti negativi per la rappresentanza: minore relazione dell’eletto con il territorio e aumento dei costi della campagna elettorale. Ed è questo uno dei motivi addotti dai fautori del ritorno al proporzionale puro.
    Ma indipendentemente dall’esistenza o meno di collegi uninominali, l’altro effetto importante della diminuzione dei parlamentari è la riduzione della rappresentanza nelle regioni medie e piccole del Senato, dove per Costituzione l’elezione deve avvenire su base regionale: le regioni della dimensione delle Marche e della Basilicata, ad esempio, passerebbero da 7 seggi a 3,4 o 5 con la conseguenza che verrebbero rappresentate solo le prime due forze politiche. LEGGI TUTTO

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    Torino, Appendino condannata a 6 mesi. «Avanti come sindaca»

    PROCESSO REAM

    Nell’ambito del processo Ream la sindaca di Torino Chiara Appendino è stata riconosciuta responsabile di una imputazione di falso ideologico. Si autosospende dal M5s, avanti come prima cittadina

    (Ansa)

    Nell’ambito del processo Ream la sindaca di Torino Chiara Appendino è stata riconosciuta responsabile di una imputazione di falso ideologico. Si autosospende dal M5s, avanti come prima cittadina

    21 settembre 2020

    1′ di lettura
    La sindaca di Torino, Chiara Appendino, è stata condannata a sei mesi nell’ambito del processo Ream. Stessa condanna per l’assessore comunale al Bilancio, Sergio Ronaldo. Otto mesi, invece, per l’ex capo di Gabinetto Paolo Giordana. Nell’ambito del processo Ream la sindaca di Torino Chiara Appendino è stata riconosciuta responsabile di una imputazione di falso ideologico. Sono invece cadute due accuse di abuso in atti di ufficio e una seconda di falso.

    Autosospensione dal M5S, avanti come sindaca

    «Porterò a termine il mio mandato da sindaca. Come previsto dal codice etico mia autosospenderò dal Movimento 5 stelle», ha annunciato Appendino dopo la notizia della condanna. Per Chiara Appendino non scattano i meccanismi previsti dalla legge Severino secondo quanto sottolineano ambienti della difesa. La sindaca di Torino, infatti, è stata condannata solo per falso ideologico ed è stata assolta dal reato di abuso in atti di ufficio.

    «Mai tratto vantaggi personali»

    «Come è evidente anche dalle carte processuali, non ho tratto alcun vantaggio personale, anzi: l’accusa, nella sostanza, era di aver ingiustamente “avvantaggiato” il Comune». E su Facebook la sindaca di Torino ribadisce che ricorrerà in appello, «certa della mia innocenza e della mia assoluta buona fede». LEGGI TUTTO

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    Di Maio si riprende la scena, ma il M5S non può più vivere di sola antipolitica

    dopo la vittoria del sì al referendum

    Occhi puntati sugli Stati generali e sulla nuova leadership, in cerca di un’agenda che possa ridare slancio e fermare la balcanizzazione
    di Manuela Perrone

    Referendum e regionali: ecco gli exit poll

    Occhi puntati sugli Stati generali e sulla nuova leadership, in cerca di un’agenda che possa ridare slancio e fermare la balcanizzazione

    21 settembre 2020

    3′ di lettura
    Tutto secondo copione: il M5S incassa il Sì al referendum sul taglio dei parlamentari. Abbastanza per restare in piedi cantando vittoria e per oscurare la marginalità sui territori sancita ancora una volta dalle regionali, ma davvero sufficiente a garantire al Movimento un futuro politico? Per analizzare l’esito della consultazione di ieri e oggi bisogna distinguere due piani: quello interno al “non partito” sognato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, ormai balcanizzato e preda di lotte intestine, e quello esterno, che riguarda il ruolo dei Cinque Stelle nell’Italia di oggi.

    Il ritorno di Luigi Di Maio

    Sul primo fronte, interno, il successo del Sì – seppure meno plebiscitario di quanto immaginato, fenomeno che lascia intravedere il lento tramonto del populismo anti-casta su cui il M5S ha costruito la sua fortuna – è tutta acqua al mulino di Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri ed ex capo politico ha scelto il referendum per riprendersi la scena, scommettendo sull’unica carta vincente a disposizione del Movimento. Si è speso in un tour per il Paese come nessun altro e ha saputo accostare con furbizia al piano istituzionale in cui si muove da titolare della Farnesina, con i contatti nazionali e internazionali che ne derivano, il ritorno all’abbraccio delle masse. Proprio il calore popolare, finora considerato appannaggio dell’antagonista (più del governo giallorosso che di Di Maio) Alessandro Di Battista, è quel che serviva al ministro per riconquistare centralità tra i Cinque Stelle.

    La corsa per la leadership, il caso Appendino

    Come Di Maio spenderà questa ritrovata rilevanza è facile dedurlo dalle sue ultime mosse. Chiederà subito la convocazione degli Stati generali, ma prima ancora una consultazione online esclusivamente sulla forma della leadership che il M5S dovrà assumere. Ha già reso nota la sua preferenza per una sorta di segreteria collegiale, che raduni tutti i big, ovvero i punti di riferimento delle varie correnti: Paola Taverna, forse Roberto Fico o comunque un suo fedelissimo, lo stesso Vito Crimi, Stefano Buffagni come voce del Nord, persino Alessandro Di Battista se vorrà starci. Secondo i vertici, avrebbe dovuto entrarci anche Chiara Appendino in rappresentanza degli amministratori locali, ma proprio oggi è stata condannata per falso in atto pubblico dal tribunale di Torino e ha annunciato che si autosospenderà dal Movimento. La novità successiva potrebbe essere la scelta, all’interno di questo organo, di un primus inter pares: in quel caso Di Maio correrebbe sospinto proprio dal vento in poppa del successo del referendum. Preceduto da un nuovo patto di fedeltà al premier Giuseppe Conte, suggellato dalla photo opportunity a tre con Beppe Grillo. Ma anche, meno scontatamente, dalla garanzia di un’uscita di scena onorevole per Davide Casaleggio, sempre più inviso ai gruppi parlamentari ma per niente disponibile a lasciare del tutto la gestione della piattaforma Rousseau.
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    L’incognita dei parlamentari

    Ecco, i parlamentari. Sono loro la vera incognita. E qui l’architettura del Movimento che verrà si salda con la partita che si gioca all’esterno, quella del Governo. Perché la stabilizzazione del corpaccione dei circa 300 eletti pentastellati, funestato da emorragie, disobbedienze e dimostrazioni di forza di varia natura (anche nei confronti del premier Conte, come ha provato la vicenda dell’emendamento sui vertici dei servizi segreti), è indispensabile per la sopravvivenza e la navigazione meno agitata dell’Esecutivo. Una stabilizzazione che nemmeno Di Maio, memore dell’esperienza passata, può essere certo di garantire. E che un eventuale rimpasto potrebbe rendere più difficile, anziché facilitarla. Soprattutto se i rapporti con il Pd dovessero inasprirsi (e molto dipenderà dall’esito delle elezioni in Puglia). E se la convivenza con i renziani di Italia Viva, i più distanti su tanti nodi di politica economica, a partire da reddito di cittadinanza e quota 100, dovesse riprendere a farsi ardua.

    La difficile ricerca di una nuova agenda

    Il problema per il M5S è anche la perdita di mordente legata all’affievolimento, quando non all’abbandono, delle battaglie bandiera. I numeri del referendum sono stati la riprova del fatto che le vecchie parole d’ordine contro il “sistema” funzionano ancora, ma a scartamento ridotto. Pure per una questione di credibilità: come si fa a gridare contro i privilegi quando si gode di stipendi elevatissimi, scorte, auto blu, staff consistenti e costosi esattamente come i politici che un tempo si combattevano? Risulta evidente che al Movimento – soprattutto in vista del percorso per il Recovery Fund, in un’Italia piagata dalla crisi da Covid-19 – occorre non soltanto un rinnovamento di governance, necessaria per darsi finalmente un’organizzazione più strutturata sul territorio, ma anche un’agenda che vada oltre la lotta già annunciata da Di Maio per il taglio agli stipendi dei parlamentari. Serve in sintesi un tagliando all’identità. Che era già liquida (e perciò molto disinvolta), ma che adesso rischia il passaggio allo stato gassoso: l’evaporazione. Insieme ai consensi. LEGGI TUTTO

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    Morta Rossana Rossanda, voce libera di un ’68 al femminile

    Servizioil ritratto

    Fondatrice del «Manifesto», l’intellettuale comunista pose le donne al centro del dibattito politico. Tra recensioni di Bergman e la questione femminista. Gli ultimi giorni a Parigi e i pensieri sul disfacimento del corpo
    di Eliana Di Caro

    Rossana Rossanda e Aldo Natoli, due dei fondatori del Manifesto, durante la riunione del comitato centrale del partito comunista a Roma il 25 novembre 1969 (Ansa)

    Fondatrice del «Manifesto», l’intellettuale comunista pose le donne al centro del dibattito politico. Tra recensioni di Bergman e la questione femminista. Gli ultimi giorni a Parigi e i pensieri sul disfacimento del corpo

    20 settembre 2020

    7′ di lettura
    Rossana Rossanda è scomparsa domenica 20 settembre all’età di 96 anni. Il testo che segue è tratto da «L’intelligenza e l’intransigenza. Rossana Rossanda» di Eliana Di Caro, contenuto nel libro «Donne nel Sessantotto», Bologna, il Mulino, 2018
    «Quella di Praga è una data importante per il partito, un momento spartiacque. È con Praga che per la prima volta il Pci critica l’Unione sovietica in modo formale. Luigi Longo aveva detto esplicitamente “non sono d’accordo” e questo non si usava ». Non serve ovviamente a evitare il peggio. La notte del 21 agosto Mosca entra con i tank nella capitale cecoslovacca e se Longo è costretto a parlare di «tragico errore», la crepa che si era aperta nel ’56 con i fatti d’Ungheria si allarga e non può più richiudersi nell’animo di tanti iscritti al Pci. L’idea di una rivista, che stava maturando sin dai tempi della sconfitta di Ingrao, diventa un’urgenza politica, il luogo dell’impegno per chi non si riconosce più in quello che sta accadendo. Il primo numero del «Manifesto» uscirà il 23 giugno del ’69, scatenando una bufera.Nell’inverno di quell’anno, nella cronaca del dissenso degli eretici Luigi Pintor, Aldo Natoli e Rossana Rossanda al XII Congresso, spicca l’incipit del discorso dell’istriana: «Siamo qui riuniti mentrel’esercito di un Paese che si dice socialista sta occupando un altro Paese socialista».

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    Era dunque caduto nel vuoto l’invito «a un gesto di fedeltà» rivolto dal futuro segretario Enrico Berlinguer. Immediata la reazione della delegazione sovietica che si alza e se ne va, seguita dalle altre, tranne quella vietnamita alla quale non stava funzionando la traduzione simultanea. Il 24 novembre il comitato centrale decreta la radiazione dal partito: «Ebbi una stretta al cuore solo quando furono spalancate le porte abitualmente interdette ai fotografi e fummo, per così dire, dati loro in pasto. Non lo avevo previsto. Non eravamo più dei loro, dei nostri».Per lei comincia una seconda vita, la vita fuori dal Pci e dentro il «Manifesto», di cui è una mente. È l’unica donna a firmarne gli editoriali, non solo squisitamente politici. Di nuovo si congiungono le sue due sfere di interessi se è vero che, in un giornale militante come pochi, scrive articoli sul film di Ingmar Bergman Sussurri e grida e altri sulla letteratura. «Guardi – racconta a Parigi – decisivo nel “Manifesto” è stato Pintor, eravamo molto amici e andavamo molto d’accordo. Era il direttore, conosceva il giornalismo, io non l’avevo mai fatto prima». Ma lei, allora, era consapevole dell’eccezionalità del suo ruolo? Sì, lo ero: l’unico editoriale femminile che usciva era il mio; negli altri gruppi del ’68, per esempio Lotta Continua che aveva un giornale, le donne firmavano molto meno (e non gli editoriali, ndr). Ma anche Potere Operaio. Al «Manifesto» a volte siamo state più donne che uomini, durante i primianni. Io, Castellina, Lidia Menapace, Ninetta Zandegiacomi, e poi Lucia Annunziata…
    Quando si fa strada in lei la questione femminista? «Quando si fa strada in Italia, subito dopo il ’68. Scopro la Libreria delle donne di Milano, con Lea Melandri. C’è la riunione delle donne a Pinarella di Cervia: dicono “noi partiamo per tre giorni”. Partono come partivano gli uomini e allora erano mariti e compagni che dovevano far da mangiare, portare i bambini dal medico, tutte cose cui non erano abituati. E questo momento segna una svolta. È un’esperienza che passa attraverso le famiglie, le coppie, un’esperienza fondante alla quale si collega per il Partito comunista anche Nilde Iotti ma soprattutto Adriana Seroni. È la prima volta che circolano i nomi delle femministe Melandri, Luisa Muraro, lo psicanalista Elvio Fachinelli, la rivista fatta per le donne “L’erba voglio”. La quantità di tutte queste cose cambia la testa della gente». E cambia anche la visione del mondo di Rossana: il tema «donne» irrompe nella sua vita ed entra nel dibattito pubblico sulle colonne del quotidiano. Cambiano i rapporti tra maschi e femmine nel giornale. «Quando gli uomini alzano la voce, le donne reagiscono. Ricordo una di loro, Giuseppina Ciuffreda, che molla uno schiaffo a un collega… Le donne di Lotta Continua fanno una manifestazione critica nei confronti del loro giornale perché le mettevano in una condizione di serie B». Poi con un repentino salto all’oggi dichiara con durezza: «Perché le donne non mollano qualche schiaffo! Si rassegnano. Se tutte le giornaliste facessero un’azione comune… Sono poco solidali tra di loro».
    Una severità di giudizio che si estende anche alla questione della libertà sessuale: «Quello del ’68 è stato il primo scossone, certo, ma non è stato sufficiente. Guardi oggi quante ne vengono ammazzate, eppure corrono sempre a cercare lo stesso tipo di uomo. È molto profonda questa idea, non dico della schiavitù, ma della dipendenza. Una donna non sposata e senza un uomo sembra che abbia qualcosa che non funziona. In genere, il rapporto tra maschi e femmine non è risolto». Dagli anni Settanta lo sguardo di Rossanda include situazioni e dinamiche che prima rifiutava di mettere a tema semplicemente perché non le «vedeva» o non le riteneva utili alla causa, secondo quell’approccio intransigente che la contraddistingue (e che, per esempio, applica anche alla scrittura: ha sempre pensato di usare le parole per comunicare, e dunque in termini impersonali, non per il proprio appagamento, per la bellezza della forma: dono secondo lei riservato a pochi eletti). (…) L’aborto e la rappresentanza femminile nella politica, la legge sulla violenza sessuale (cui si arriverà solo nel 1996) e il rapporto tra femminismo e Pci sono solo alcuni dei temi che affronta sul «Manifesto», con un punto di vista mai scontato e innescando spesso dibattiti e polemiche.Nel 1984 firma un lungo pezzo sull’ambiguità della solitudine delle donne, ancora oggi di grande attualità, analizzando il doppio senso che quella condizione reca con sé: l’isolamento – inteso come il trovarsi costrette in un percorso fisso, ripetitivo, senza via d’uscita – e l’emancipazione, che porta a vivere da sole «non perché nessuno le abbia volute ma perché a un certo punto loro stesse se ne sono andate. Ma forse ancora oggi a queste donne sole la loro condizione appare, in certa misura, libera sì, ma transitoria». LEGGI TUTTO

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    Mascherina, gel e distanziamento: le regole per votare in sicurezza

    ELECTION DAY

    Oggi insediati i seggi. Nel protocollo del Governo il divieto di andare a votare se si ha temperatura superiore al 37,5° (non verrà misura all’ingresso) e scheda inserita nell’urna da parte dell’elettore

    Elezioni in tempo di Covid: ecco il protocollo

    Oggi insediati i seggi. Nel protocollo del Governo il divieto di andare a votare se si ha temperatura superiore al 37,5° (non verrà misura all’ingresso) e scheda inserita nell’urna da parte dell’elettore

    19 settembre 2020

    2′ di lettura
    Accessi contingentati agli edifici che ospitano i seggi, percorsi distinti di entrata e di uscita, distanziamento tra i componenti del seggio e tra questi e gli elettori, disposizione delle cabine elettorali che tengono conto dello spazio disponibile e delle necessità di movimento. E, ovviamente, uso obbligatorio della mascherina da parte di chiunque. Il 20 e 21 settembre si svolgeranno le prime consultazioni elettorali dall’inizio dell’emergenza Covid e da tempo nelle scuole, nelle palestre e nei teatri dove sono stati insediati oggi i seggi sono state disposte le misure sulla sicurezza sanitaria. Ecco le precazuoni che devono essere rispettate da chi andrà a votare.

    Non andare al seggio con temperatura superiore ai 37,5°

    La prima regola basilare: non andare a votare se si ha una temperatura superiore a 37,5°o si hanno sintomi da Covid. Il suo rispetto è rimesso alla responsabilità di ciascun elettore: per l’accesso ai seggi non è prevista la misurazione corporea. Non bisogna andare al seggio anche se si è stati in quarantena o isolamento domiciliare negli ultimi 14 giorni o si è stati in contatto con persone risultate positive.

    È prevista la possibilità del voto a domicilio. Finora sono meno di un migliaio le domande arrivate per esercitare il diritto di voto da casa, anche se malati in isolamento domiciliare sono a quasi 40mila, senza contare tutti coloro che sono in quarantena perché per contatti stretti con persone positivi.
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    Mascherina obbligatoria per tutti

    Per accedere al seggio elettorale è obbligatorio indossare la mascherina. Una regola che vale non solo per gli elettori ma per chiunque abbia diritto a entrare, come a esempio i rappresentanti di lista. Per evitare gli assembramenti, nei seggi con più sezioni elettorali si attenderà il proprio turno per votare in spazi esterni alla struttura.
    Al momento dell’ingresso al seggio si dovrà igienizzare le mani con il gel che si troverà vicino alla porta. L’elettore, una volta che si è avvicinato agli scrutatori per l’identificazione e prima di riceverela scheda e la matita, dovrà di nuovo igienizzarsi le mani. LEGGI TUTTO