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    Agricoltura, raggiunto accordo tra ministri Ue su riforma Pac. Bellanova: “Svolta storica”

    Dopo oltre due anni di negoziati, i ministri Ue dell’agricoltura hanno raggiunto un accordo per una politica agricola comune (Pac) in cui almeno il 20% della dotazione nazionale degli aiuti diretti dovrà essere dedicata a incentivi per pratiche agronomiche verdi. Per la prima volta, dunque, i fondi saranno assegnati in base ai risultati raggiunti anziché al mero rispetto delle norme di conformità. L’intesa prevede che ogni Stato membro presenti un Piano strategico nazionale per la definizione e attuazione di tutti gli interventi, a seguito di un’analisi dei fabbisogni. Le Regioni, attraverso le proprie Autorità di Gestione, potranno continuare ad attuare gli interventi inerenti lo sviluppo rurale. L’accordo andrà ora negoziato in trilogo con la Commissione e il Parlamento europeo.”Abbiamo assicurato un buon equilibrio” tra sostenibilità e sicurezza alimentare, ha detto la ministra tedesca Julia Kloeckner in conferenza stampa. Le conclusioni del Consiglio “sono un buon punto di partenza” per il negoziato con la Commissione e l’Europarlamento, ha aggiunto il commissario Ue all’agricoltura Janusz Wojciechowski.
    La plenaria dell’Eurocamera ha approvato nella notte un primo gruppo degli emendamenti presentati sui tre testi della riforma, arrivati a quota 1.942. I primi punti fermi sono arrivati sulle risorse a bilancio per le misure verdi, con almeno il 35% dei fondi per lo sviluppo rurale e almeno il 30% di quelli degli aiuti diretti (contro il 20 dei ministri). Secondo gli eurodeputati i budget nazionali dei pagamenti diretti dovrebbero essere riservati per il 60% al sostegno al reddito, e un 6% dovrebbe essere mirato alle aziende piccole e medie. I voti nell’Eurocamera continueranno fino alla fine della settimana.Nel complesso, si legge negli emendamenti approvati, il 30% delle risorse (incluso il cofinanziamento nazionale e regionale) dovrebbe andare ad azioni per il clima e biodiversità. L’Europarlamento propone di aumentare le risorse per le emergenze e le crisi rispetto alla proposta della Commissione, con una “riserva” che parte da 400 milioni e potrebbe essere accumulata negli anni fino ad arrivare fino a 1,5 miliardi.”Siamo molto soddisfatti dei compromessi raggiunti in merito alle nostre produzioni bandiera.” – ha dichiarato la ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova – “Saremo finalmente in grado di attuare interventi di investimento e ristrutturazione nel settore dell’olio di oliva, a beneficio anche dei produttori danneggiati dalla xylella, così come di continuare a sostenere il settore vitivinicolo, ad esempio finanziando l’impianto di nuovi vigneti”.A bocciare l’accordo invece è Greenpeace, che lo ritiene “non sufficiente ad affrontare la crisi in corso”. Non basta iI 20% della dotazione nazionale degli aiuti diretti dedicata a incentivi per pratiche agronomiche, secondo l’associazione ambientalista: “Ancora una volta non si è guardato in faccia alla gravità del problema e agito con la necessaria fermezza per un cambio di rotta urgente del sistema agroalimentare europeo”.”Gli eurodeputati – precisa l’associazione – non sono riusciti a riformare la Pac, che plasmerà l’agricoltura Ue per i prossimi sette anni, per consentirle di affrontare la crisi climatica ed ecologica in corso”. Il Parlamento Ue, in particolare, “ha adottato un accordo preconfezionato tra i gruppi PPE, S&D e Renew, respingendo le proposte della Commissione ambiente del Parlamento Ue di tagliare i sussidi per il sistema degli allevamenti intensivi o di aumentare sostanzialmente i finanziamenti per le misure ambientali”.Dello stesso avviso le Associazioni della Coalizione #CambiamoAgricoltura: “Siamo molto delusi del risultato delle votazioni ma soprattutto rimaniamo sorpresi dall’intento di alcuni gruppi politici e dei ministri dell’Agricoltura di far passare agli occhi della stampa e dell’opinione pubblica questo voto come una svolta green della Pac, quando nei fatti non lo è assolutamente”. LEGGI TUTTO

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    Elezioni Usa, countdown per il clima

    ROMA. Tempo quasi scaduto: il futuro politico dell’Accordo di Parigi sul clima è appeso alle elezioni del Presidente degli Stati Uniti. Se Donald Trump sarà rieletto, ha già detto che ritirerà il suo sostegno, e senza la forza politica della maggiore potenza globale (nonché primo paese inquinatore), nessun impegno di riduzione delle emissioni nocive può realisticamente essere rispettato.12 dicembre 2015. Durò dodici giorni e dodici notti il negoziato per quell’accordo, firmato con l’adesione di 195 Paesi a Le Bourget, comune dell’Île-de-France a circa 10 chilometri dalla capitale francese. Ed erano circa le 19.30 quando il presidente della Conferenza e all’epoca ministro degli esteri della République Laurent Fabius pronunciò le parole che avrebbero segnato un punto di svolta nella lotta globale agli effetti del cambiamento climatico: “L’accordo sul clima di Parigi è stato adottato”. Un applauso liberatorio dell’assemblea plenaria salutò la conclusione delle trattative: “Oggi festeggiamo, ma da domani dobbiamo agire”, commentò l’allora Responsabile Europeo per il Clima Miguel Arias Cañete.Elezioni Usa, countdown per il clima
    Green Deal, la scommessa europea per uscire dalla crisi
    di Andrea Bonanni 21 Ottobre 2020

    Da allora si sono succedute una serie di date, ciascuna a segnare un passo avanti, e talvolta indietro, rispetto alla realizzazione di quello che Barack Obama definì “una cornice a lungo termine di cui il mondo ha bisogno per risolvere la crisi climatica”. La prima è il 4 novembre 2016, quando l’accordo entrò ufficialmente in vigore, l’ultima il 1° dicembre 2020, giorno in cui l’Italia assumerà la presidenza del G20 e con essa l’impegno ad attuare finalmente quell’accordo. In mezzo, tra le altre, il 2021, anno in cui l’accordo dovrebbe essere applicato e il 4 novembre 2020, giorno successivo alle elezioni americane, indicato da Donald Trump come il momento in cui, nel caso fosse rieletto presidente, gli Stati Uniti uscirebbero formalmente dal gruppo dei Paesi aderenti.Elezioni Usa, countdown per il clima
    La partita del Dragone per la carbon neutrality
    di Filippo Santelli 21 Ottobre 2020

    Ma quali sono i punti fondamentali dell’accordo? Innanzitutto il controllo sul rialzo delle temperature che va contenuto “ben al di sotto” dei 2 gradi Celsius, puntando a un aumento massimo della temperatura a 1,5 gradi centigradi, poi l’impegno a un processo di controllo e revisione da ripetere ogni cinque anni. A questo proposito si parla di un impegno politicamente vincolante per quanto riguarda il raggiungimento dell’obiettivo, e di un impegno invece giuridicamente vincolante per quanto riguarda l’attuazione delle misure nazionali e la rendicontazione sul livello di raggiungimento degli obiettivi. Il fatto che i controlli siano autocertificati – a differenza di quanto avevano chiesto gli ambientalisti, che preferivano fossero affidati a organismi internazionali – mostra tuttavia i limiti dell’implementazione di questo punto. I paesi industrializzati da più tempo hanno inoltre l’onere di erogare cento miliardi all’anno a partire dal 2020 per diffondere globalmente le tecnologie verdi e la decarbonizzazione delle economie. Questo punto è probabilmente quello che meglio riassume lo spirito dell’accordo, presupponendo, come sintetizzò un ministro indiano, che non si possano “mettere sullo stesso piano gli inquinatori e le vittime dell’inquinamento”.
    Clima, per limitare le emissioni di CO2 servono i numeri giusti
    di Marco Tedesco 20 Ottobre 2020

    Logico, dunque, che ci sia una differenziazione nelle responsabilità finanziarie, e anche se restano poco chiari alcuni aspetti, come la contabilizzazione degli aiuti, la loro distribuzione e la ripartizione interna ai Paesi, il segnale lanciato resta incoraggiante nella misura in cui risultano riconosciute le esigenze dei paesi non industrializzati. L’appuntamento con un nuovo obiettivo finanziario è fissato al 2025, nel frattempo potranno contribuire anche investitori e fondi privati. L’accordo, infine, inaugura un meccanismo di rimborsi per compensare le perdite finanziarie causate dai mutamenti climatici nei paesi più fragili da un punto di vista della collocazione geografica: impossibile del resto nascondere l’evidenza che alcuni Paesi si ritrovino a fronteggiare più di altri l’impatto con fenomeni meteorologici devastanti, dai cicloni alla siccità, dalle inondazioni al prosciugamento delle terre.Clima
    Luisa Neubauer, la Greta tedesca: “La politica non capisce l’emergenza”
    di Luca Fraioli 20 Ottobre 2020

    Il futuro dell’accordo di Parigi è oggi nelle mani dei maggiori player internazionali, ma anche nella volontà politica comune a tutti quei Paesi che l’hanno sottoscritto. Di fronte a un’America che minaccia di fare un passo indietro rispetto a quegli obiettivi, si assiste infatti a una Cina intenzionata ad accelerare sulla strada della sostenibilità, probabilmente anche a causa degli effetti legati alla pandemia.  Era lo scorso settembre quando davanti all’Assemblea Generale, in occasione dei 75 anni delle Nazioni Unite, Trump tuonava contro Pechino per essere la più grande produttrice di emissioni di carbonio del mondo, definendo l’accordo di Parigi “un accordo unilaterale” e ripetendo la sua intenzione di rescinderlo appena gli fosse stato possibile. Subito dopo è intervenuto Xi Jinping, annunciando a sorpresa che la Cina avrebbe raggiunto il picco delle emissioni alteranti prima del 2030 e da allora avrebbe iniziato a ridurle per raggiungere la decarbonizzazione totale nel 2060.
    La lunga marcia della carbon tax
    di Luca Fraioli 07 Ottobre 2020

    Nello scarto di pochi minuti, gli Stati Uniti passarono da secondo Paese inquinatore dopo la Cina, a primo Paese che non ha un obiettivo “emissioni zero”, e dunque a primo inquinatore. E’ vero che l’accordo di Parigi segnava il confine al 2050, ma è anche vero che un impegno così preciso e responsabile da parte di un Paese come la Cina, fino a quel momento piuttosto scettico rispetto ai risultati della Conferenza di Parigi, non poteva che essere salutato con favore. Anche perché, a fianco degli impegni dichiarati, la Cina si è mostrata nell’ultimo periodo molto solidale con l’Unione Europea nella definizione degli obiettivi e delle strategie politiche sul clima.”Come prossima presidenza del G20 e copresidenza della Cop26, in partnership con il Regno Unito – disse in quella stessa occasione il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte – l’Italia si adopererà per garantire che l’azione per il clima sia alla base di una ripresa dalla pandemia che sia sostenibile, resiliente e inclusiva”.”A questo scopo – ha aggiunto – la finanza deve svolgere un ruolo cruciale, favorendo il processo di decarbonizzazione dei nostri sistemi energetici e incoraggiando il riorientamento dei flussi di capitali privati verso investimenti sostenibili. Questa transizione richiederà investimenti senza precedenti, nonché una radicale trasformazione del sistema finanziario stesso”. Il ruolo dell’Italia sarà tanto più delicato quanto risulta ambiguo quello del Regno Unito, con cui l’Italia condividerà la responsabilità del prossimo summit a Glasgow, che in una fase di ridefinizione delle sue alleanze geopolitiche in seguito alla Brexit appare sempre più legato agli Usa e sempre più lontano dalla Cina. Compito della mediazione italiana sarà dunque quella di tenere insieme il più possibile il gruppo dei volenterosi, promuovendo la partecipazione e la realizzazione degli obiettivi, possibilmente a una sola velocità. LEGGI TUTTO

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    Clima, incontro tra Greta e Attenborough: “I tuoi doc, potente strumento”. “Hai fatto un lavoro incredibile”

    LONDRA – Lei è la studentessa svedese che ha ispirato il mondo con i sit-in e gli scioperi davanti a scuola, finendo per conquistare l’attenzione della platea dell’Onu, dei leader mondiali e del comitato del Nobel, che l’ha candidata al premio per la Pace. Lui è il nonagenario naturalista inglese che con i suoi documentari su fauna e flora ha commosso gli spettatori di tutti i continenti. Separati da 77 anni di differenza d’età e da alcune migliaia di chilometri a causa della pandemia da Covid-19, ma uniti dal comune desiderio di proteggere l’ambiente, Greta Thunberg e David Attenborough si sono ritrovati insieme ieri sera per un dibattito del Wildscreen Festival, la rassegna annuale sui più importanti fotografi, registi e attivisti in difesa della natura e contro il cambiamento climatico.Il festival, iniziato sabato e con eventi sino alla fine di questa settimana, doveva tenersi dal vivo a Bristol, attirando come di consueto un pubblico di migliaia di persone. Ma il coronavirus lo ha trasformato in una manifestazione virtuale, probabilmente seguita da ancora più persone, di cui l’incontro online fra la 17enne Greta e il 94enne sir David era l’appuntamento più atteso. “Siamo orgogliosi di potere avere con noi due delle più importanti figure nella lotta per la protezione dell’ambiente”, dichiara Sue Martineau, direttrice di Wildscreen, presentando la discussione, intitolata “The Planetary Crises” (La crisi planetaria).
    Ognuno dei due appare sul web dalla propria abitazione: Thunberg da Stoccolma, in maglioncino giro collo; Attenborough da Londra, in maniche di camicia, con una libreria alle spalle. Si conoscevano già, perché nel dicembre scorso Greta è stata nominata per un giorno “direttore” di Today, popolare talk show radiofonico della Bbc, e tra i suoi ospiti ha intervistato al telefono il grande naturalista. Anche nella cornice del Wildscreen, fin dalle prime battute è evidente la loro stima reciproca. “Quello che Greta è riuscita a fare in così poco tempo, sensibilizzando un enorme numero di persone alle minacce del cambiamento climatico, è incredibile e ammirevole”, afferma sir David. “Una delle cose che hanno sensibilizzato me su questo drammatico problema sono stati proprio i documentari di Attenborough”, replica Thunberg. “I film sono un potente strumento e una buona opportunità per generare cambiamenti”.Il più recente documentario di Attenborough, “A life in the planet” (Una vita sul pianeta terra), è una sorta di testimonianza finale sulla bellezza del mondo in cui viviamo, sui pericoli che corre e su cosa si può ancora fare per salvarlo. “Comunicare le minacce che incombono sul nostro habitat naturale e le coraggiose soluzioni necessarie a salvarlo non è mai stato così vitale ed urgente come in questo momento”, prosegue sir David nel dibattito del Wildscreen. “E questo festival, con il suo potente richiamo, occupa una posizione unica per fare ascoltare le voci di coloro che possono esortare e sfidare i leader internazionali su questo terreno”.La giovane attivista svedese, che ha ripreso gli studi dopo un anno di militanza ambientalista in giro per il mondo ma senza smettere di stimolare governi e istituzioni a fare di più (recentemente ha avuto una conversazione telefonica con il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte e ha espresso su Twitter – dove ha oltre 4 milioni di follower – il suo appoggio a Joe Biden nelle presidenziali americane), mette in guardia sul tempo perso nella battaglia contro l’effetto serra: “Invece di concentrarci sull’incendio che divampa, ci concentriamo sulla sirena dei pompieri”. Invece di agire, si parla, è il suo rimprovero ai grandi della terra: i passi intrapresi per ridurre le emissioni nocive nell’atmosfera, moltiplicare le energie rinnovabili, fermare il disboscamento, modificare il nostro stile di vita, sono importanti, insiste Greta, ma ancora insufficienti, “bisogna fare di più e più in fretta”. Attenborough concorda. “Gli eccessi dello sviluppo capitalista vanno tagliati per difendere la natura, senza bisogno di rinunciare al capitalismo e allo sviluppo”, dice sir David. “Occorre una società più equa, in cui coloro che hanno di più abbiano un po’ di meno. L’avidità non conduce alla gioia, possiamo vivere in un modo diverso ed essere più felici”.È un dialogo intergenerazionale per un pianeta più giusto e più sano. La ragazzina e l’intramontabile vegliardo hanno esperienze differenti ma giungono alle stesse conclusioni. “Greta ha realizzato un’impresa sfuggita a molti di noi che combattono da decenni su questi temi”, afferma Attenborough. “Sono solo una piccola parte di un grande gruppo di persone che hanno lavorato a questo scopo, un gruppo di cui anche David è certamente membro, i suoi documentari hanno aperto gli occhi a tanta gente”, gli fa eco Thunberg. Che è già partita per una nuova battaglia, con un j’accuse al parlamento europeo per avere approvato una nuova politica agricola “che significa una resa sul fronte del clima e dell’ambiente”, ritwittando un post di Greenpeace che la definisce “una condanna a morte” per le piccole fattorie a conduzione familiare. “Ma non tutto è perduto”, prosegue Greta, “i deputati non hanno ancora passato la legge definitiva, si può ancora cambiarla, se gli adulti si ricorderanno di avere dei bambini o qualche interesse sul nostro futuro”. Dall’alto dei suoi 94 anni, David Attenborough è il primo ad assentire.    LEGGI TUTTO

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    Green Deal, la scommessa europea per uscire dalla crisi

    BRUXELLES – L’Unione europea resta attaccata alla speranza di poter salvare gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici (Cop21) di cui è stata la regista e la promotrice. Da quel dicembre del 2015 gli europei hanno fatto grandi passi avanti lanciando, con la nuova Commissione di Ursula von der Leyen, il Green Deal, che si prefigge di fare dell’Europa il primo continente “neutrale” in materia di emissioni entro il 2050.
    Elezioni Usa, countdown per il clima
    di Francesca Sforza 21 Ottobre 2020

    L’obiettivo è ambizioso. Ma per Bruxelles la battaglia ecologista non è solo coerente con le convinzioni e la sensibilità della maggioranza della sua popolazione e dei suoi governi. C’è molto di più in gioco. Si tratta di una questione identitaria, di leadership politica e di sopravvivenza economica.
    Innanzitutto gli accordi di Parigi sono stati l’ultimo risultato di governance multilaterale che la storia ricordi, sottoscritto da 195 tra governi e organizzazioni internazionali. E per l’Europa la sopravvivenza di un mondo collegato da una rete di negoziati multilaterali, dal clima al commercio alla salute, resta una priorità. E’ un modo a noi congeniale per garantire l’ordine mondiale in contrapposizione alla tendenza verso le prove di forza unilaterali delle grandi potenze, a partire dagli Stati Uniti di Donald Trump.
    Ue, cento città per salvare il clima: stanziati 800 milioni di euro
    di Marco Angelillo 16 Ottobre 2020

    In secondo luogo la battaglia per preservare il Pianeta limitando le emissione nocive è uno dei terreni su cui si esercita una riconosciuta leadership mondiale dell’Europa. Non solo perché in questo campo gli europei sono più avanzati del resto del mondo, ma anche perché esiste un filo rosso che fino ad ora ha sempre collegato regimi democratici e sensibilità ambientale. La ricerca del consenso attraverso la tutela dell’ambiente è un segno distintivo delle democrazie avanzate e un modello di sviluppo politico per miliardi di persone in tutto il mondo, che magari vivono in regimi più autoritari.Elezioni Usa, countdown per il clima
    La partita del Dragone per la carbon neutrality
    di Filippo Santelli 21 Ottobre 2020

    Ma la battaglia ambientale è anche una enorme scommessa economica. Per due motivi. Il primo è che l’Europa ha ormai puntato tutte le sue carte su una riconversione industriale trainata dal Green Deal. Non vogliamo più trovarci ad essere all’avanguardia per la diffusione di veicoli elettrici ma dover dipendere interamente dall’Estremo Oriente per la produzione di batterie, come accade ora. Nel lanciare il “Next Gen Eu” per fare fronte alla crisi indotta dall’epidemia, Ursula von der Leyen ha ricordato che il 37% dei 750 miliardi del Recovery fund saranno comunque destinati a obiettivi previsti dal Green Deal. E un terzo dei fondi che l’Europa raccoglierà indebitandosi sui mercati dovrà provenire investimenti della finanza verde, cioè da titoli che abbiano un elevato coefficiente di rispetto per l’ambiente.Il secondo motivo è che la leadership europea nella tutela dell’ambiente ci permetterà anche di tutelare il nostro mercato, tassando le importazioni da Paesi che hanno standard ambientali, e dunque costi di produzione, inferiori ai nostri. La “green tax” è una delle prossime mosse dell’Europa, che è il primo mercato mondiale, per stimolare gli altri Paesi verso politiche più ecologiche. Se gli Usa usciranno definitivamente dagli accordi di Parigi, dovranno anche prepararsi ad una nuova guerra commerciale con la Ue. LEGGI TUTTO

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    Costi dell'inquinamento, 5 città italiane nella top ten Ue

    Milano, Padova, Venezia, Brescia e Torino: sono ben cinque le italiane che dominano la top ten Ue delle città dove l’inquinamento atmosferico ha il costo pro capite più alto. È il dato che emerge dall’ultimo rapporto dell’Alleanza europea per la salute pubblica (Epha), che quantifica il valore monetario di morte prematura, cure mediche, giornate lavorative perse e altre spese sanitarie causati dai tre inquinanti atmosferici più pericolosi: particolato, ozono e biossido di azoto.L’inquinamento atmosferico costa agli italiani in media 1.535 euro a testa all’anno, sottolinea lo studio dell Ong, rispetto a una media rilevata per le 432 città prese in esame nel 2018 di 1.095 euro. Primi i milanesi (secondi in Europa soltanto agli abitanti di Bucarest), a cui l’impatto dello smog costa oltre 2.800 euro all’anno, seguono i padovani (terzi in classifica) con 2.500 euro, i veneziani (sesti),  i bresciani (settimi) e i torinesi (noni) a circa 2.100.
    Ue, cento città per salvare il clima: stanziati 800 milioni di euro
    di Marco Angelillo 16 Ottobre 2020

    Accanto agli italiani, a pagare il prezzo più alto dell’inquinamento in Ue sono anche anche gli abitanti delle capitali dell’Est, a partire da Bucarest (3000 euro pro-capite). Poi Varsavia (2.433 euro pro-capite), Bratislava (2.168), Sofia (2.084). Monaco figura poi al decimo posto con 1.984 euro. Seguono più in basso nella classifica altre città italiane: Parma, Verona, Bergamo, Cremona e Pavia, dove il costo si aggira intorno ai 1.800 euro pro capite.
    Ue, lotta all’inquinamento. Timmermans: “Vieteremo i Pfas”
    14 Ottobre 2020

    Tra i trend messi in luce dai ricercatori, che hanno preso in esame anche città del Regno Unito, della Norvegia e della Svizzera, risulta che gli abitanti di città grandi e costose tendono a subire un impatto più elevato a causa innanzitutto della densità di popolazione. Un risultato confermato anche dall’Agenzia europea dell’ambiente, che riporta che l’inquinamento atmosferico è la prima causa di morte prematura per fattori ambientali in Europa (circa 400mila all’anno) e il problema è maggiore nei centri urbani, dove vivono i due terzi degli europei. La maggior parte delle città infrange infatti gli standard di aria pulita stabiliti dall’Oms. I principali responsabili sono i trasporti, il cui inquinamento è arrivato a costare tra i 67 e gli 80 mld di euro nel solo 2016 per gli Stati membri. Basti pensare che un aumento dell’1% del numero di automobili in una città alza i costi complessivi di quasi lo 0,5%.L’Epha chiede dunque politiche di governo volte a sostituire i mezzi di trasporto a combustibili fossili con alternative più sostenibili, tra cui la mobilità elettrica. Per finanziarle, ricorda l’Alleanza, sarà fondamentale approfittare dei fondi Ue messi in campo per la crisi legata al Covid. LEGGI TUTTO

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    La partita del Dragone per la carbon neutrality

    NANJING – La battaglia contro il riscaldamento globale si vince (o si perde) in Cina. Per questo l’annuncio di Xi Jinping all’assemblea generale dell’Onu, il mese scorso, è stato accolto con favore dalle organizzazioni ambientaliste. La Cina, oggi primo Paese per anidride carbonica liberata nell’atmosfera, il 28% del totale, si impegna a raggiungere la carbon neutrality, cioè ad azzerare le emissioni nette entro il 2060. È una grande accelerazione rispetto al precedente obiettivo fissato da Pechino nell’ambito degli accordi di Parigi, cioè toccare il picco di emissioni entro il 2030. La neutralità è traguardo ben più ambizioso, con cui il regime comunista, che ai cittadini soffocati dall’inquinamento promette “cieli azzurri”, si mette in prima linea nella lotta al cambiamento climatico. Se riuscisse a raggiungerlo, calcola Climate Action Tracker, le previsioni di riscaldamento al 2100 si abbasserebbe tra i due e tre decimi di grado.
    Elezioni Usa, countdown per il clima
    di Francesca Sforza 21 Ottobre 2020

    Eppure le parole di Xi vanno prese con prudenza. Il percorso verso la carbon neutrality infatti richiede una vera rivoluzione dell’economia cinese, che investe miliardi in rinnovabili e mobilità elettrica, ma ricava ancora l’85% dell’energia da combustibili fossili. Come il Dragone voglia invertire il bilancio, Xi non lo ha detto. D’altra parte le recenti politiche energetiche di Pechino mostrano ambiguità. Dopo essersi ridotto tra il 2013 e il 2017, da due anni il consumo di carbone è tornato a salire, effetto degli stimoli a industrie pesanti e infrastrutture varati per contrastare il rallentamento dell’economia. Una dinamica che anche l’intervento post Covid sembra aver accelerato: dall’inizio dell’anno Pechino ha rilasciato più permessi di costruzione per centrali a carbone che nei due anni precedenti. Nel complesso la Cina ha 250 GW di capacità in progetto o costruzione, più dell’intero parco americano.
    Esperti: realistico l’obiettivo della Cina di raggiungere la “carbon neutrality” entro 2060
    25 Settembre 2020
    Dunque la Cina è verde o nera? La promessa di Xi mostra che il regime ha individuato nell’ambiente un fronte decisivo di consenso interno, ma anche un dossier con cui provare a risollevare la propria reputazione internazionale, compromessa dalla pandemia. Allo stesso tempo il complesso delle industrie inquinanti resta enorme e strategico per l’economia nazionale, un ostacolo per ogni progetto di transizione energetica. Qualcosa in più su come la Cina proverà a sciogliere questa ambiguità si capirà nei prossimi mesi, quando il nuovo piano quinquennale, 2021-2025, metterà nero su bianco la traiettoria di sviluppo del Dragone.Elezioni Usa, countdown per il clima
    Green Deal, la scommessa europea per uscire dalla crisi
    di Andrea Bonanni 21 Ottobre 2020

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    Alaska, scioglimento del permafrost: ecco perché aumenta il rischio tsunami

    I cambiamenti climatici hanno creato un nuovo pericolo per le zone costiere delle regioni più settentrionali. Con il ritirarsi dei ghiacciai le rocce sottostanti si trovano infatti esposte agli elementi. E senza il permafrost che le teneva insieme molte pendici montane sono destinate a crollare, generando enormi frane che una volta raggiunto il mare possono produrre, a loro volta, tsunami di proporzioni gigantesche. Un rischio più che concreto per molte comunità che abitano in regioni come l’Alaska. È qui infatti che da maggio un gruppo di scienziati ha lanciato l’allarme: nello stretto di Prince William potrebbe capitare qualcosa di simile già entro il prossimo anno, con conseguenze catastrofiche difficili da immaginare realmente. 
    Clima
    Il permafrost dell’Artico è a rischio disgelo. Ed è un pericolo per tutti
    di Viola Rita 16 Ottobre 2020

    Molto è ancora ignoto riguardo a questi fenomeni legati al riscaldamento globale, trattandosi di un pericolo tutto sommato recente. Ma se gli esempi degli scorsi anni possono essere d’indicazione – scrivono gli esperti in una lettera indirizzata all’Alaska Department of Natural Resources – i rischi sono consistenti. Nell’ottobre del 2015 un’altra insenatura delle coste dell’Alaska, il Fiordo di Taan, è stato infatti teatro di uno dei più grandi mega-tsunami della storia: un’onda alta 193 metri nata proprio da una frana nei rilievi montani a picco sul mare. E nel 2017 uno tsunami simile nel fiordo di Karrant, in Groenlandia, ha ucciso 4 persone distruggendo quasi completamente la cittadina di Nuugaatsiaq, a oltre 30 chilometri di distanza. 

    ALASKA: Magnitude of earthquake in Alaska raised to 7.5. A tsunami warning remains in effect for South Alaska and the Alaska Peninsula. (Source: USGS/NTWC) pic.twitter.com/wigWx9vkxF
    — U.S. Emergency Alert (@ENSAlerts) October 19, 2020
    L’allarme relativo allo stretto di Prince William arriva dall’analisi delle immagini scattate dai satelliti negli ultimi anni, che testimoniano la ritirata inesorabile del ghiacciaio Barry e la lunga scarpata di roccia che si sta lasciando alle spalle lungo le montagne che delimitano lo stretto. Secondo gli esperti, i dati disponibili indicano che i detriti accumulati sulle pendici dello stretto si stanno già muovendo, lentamente, in direzione del mare. E se la loro lenta caduta a valle dovesse trasformarsi in una frana, le conseguenze potrebbero facilmente rivelarsi catastrofiche. “All’inizio era difficile crede ai numeri che avevamo di fronte – ha raccontato lo scorso anno il geofisico dell’Ohio State University Chinli Dai sul sito del Nasa Earth Observatory – ma basandosi sull’altitudine a cui si trovano i depositi di detriti, il loro volume e la pendenza della scarpata, abbiamo calcolato che il crollo produrrebbe 16 volte più detriti e 11 volte più energia di quello avvenuto nel 1958 nella baia di Lituya”. 

    Groenlandia, lo scioglimento dei ghiacci supera il punto di non ritorno
    21 Agosto 2020
    Per i non addetti ai lavori, la frana e il mega-tsunami della baia di Lituya sono tristemente celebri come uno degli eventi più estremi di questo tipo mai osservati. I testimoni oculari all’epoca lo descrissero come qualcosa di simile all’esplosione di una bomba atomica, tanto che l’onda sprigionata, la più alta prodotta da uno tsunami nella storia recente, ha raggiunto l’altezza record di 524 metri. Gli autori dell’appello ricordano che molti fattori possono innescare una frana nelle condizioni attuali. Tra questi i principali sono piogge intense, periodi di caldo particolarmente pronunciato, e ovviamente terremoti. Un’eventualità, quest’ultima, non troppo remota, visto che eventi sismici (e conseguenti tsunami) colpiscono periodicamente le coste dell’Alaska. L’ultimo, una scossa di magnitudine 7.5, è avvenuto la scorsa notte, fortunatamente senza provocare danni. Ma presto o tardi, – avvisano gli esperti – qualcosa smuoverà l’enorme massa di rocce che incombono sullo stretto di Prince William, e secondo gli autori dell’appello una grande frana, e il conseguente tsunami, sono ormai un’eventualità inevitabile nel corso dei prossimi 20 anni. La catastrofe – aggiungono – potrebbe arrivare già entro l’anno, e situazioni simili sono destinate a verificarsi in molte altre zone dell’Alaska e della Groenlandia, visto l’inarrestabile innalzamento delle temperature previsto nei prossimi decenni. LEGGI TUTTO

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    “Un giorno le zucchine dell'orto sono diventate troppe. Mi sono detta: facciamone un lavoro”

    Valentina Stinga ha 31 anni, una laurea conseguita alla Bocconi in Marketing Management e un’impresa agricola che vende cassette di prodotti a clienti “abbonati”, tutte le settimane. Tra uno speech in Israele e uno in Turchia, Valentina organizza, monitora il lavoro per far crescere zucchine e pomodori.  Quelle zucchine e quei pomodori che l’hanno portata a diventare responsabile di Donne impresa Coldiretti della Campania. “Il progetto è quello di avere un giorno un laboratorio mio per le conserve, che sono il secondo step. Però davvero ho iniziato con le zucchine, su un terreno a Sorrento che mio padre aveva acquistato”. Tre ettari che sono un sogno in quella zona, sotto un sole e con un terreno che regalano ortaggi carichi di sapore. Ma Valentina, ragazza bellissima e con una buone dose di ironia e auto ironia, ha iniziato a coltivare già a 23 anni. Perché è tornata a casa? “Vivere a Milano è il sogno di molti, soprattutto di chi ha fatto studi come i miei, ma..”. Ma? “Ma la mia terra, quella dove sono nata è stata un richiamo fortissimo, tra l’altro non sono figlia di agricoltori, non ho una tradizione familiare alle spalle, l’impresa di mio padre opera nei trasporti. Però a un certo punto lui ha comprato questo terreno e io mi sono decisa a tornare a casa”.Valentina Stinga ha lavorato per Booking.com con notevole successo, ed è probabile che quelle conoscenze le siano servite per iniziare l’attività di imprenditrice agricola. Come? “Ho iniziato con un orto per gli amici – racconta – non è stato facile, tre ettari in questa parte del mondo non sono pochi ma neanche tanti per un’azienda agricola. Per me all’inizio è stato come un gioco. Poi le zucchine sono cresciute, sono diventate tante. Troppe. E allora mi sono detta: facciamone un lavoro”. Valentina aveva 25 anni a quel tempo e ha iniziato con un blog, un po’ di social, e poi ha trasformato tutto in un business. Le prime cassette con più ortaggi le ha spedite nel 2017, tutto attraverso gruppi WhatsApp, Valentina spedisce cassette di prodotti di stagione una volta a settimana. “La produzione ovviamente non è infinita, quindi ho anche liste di attesa. Quando i clienti fissi vanno in vacanza o non hanno necessità dei prodotti mando a chi è in lista d’attesa. Insomma non si butta via nulla”. Durante il lockdown i clienti sono aumentati e le spedizioni sono andate anche oltre confine. Pagamento tutto alla consegna. L’anno scorso è iniziata anche la vendita di prodotti conservati, dall’orto ai barattoli. “Abbiamo olio, conserve di pomodoro e altri prodotti – spiega l’imprenditrice – ma non possiamo ancora farli noi, per un problema di tracciabilità. Ci affidiamo a un laboratorio esterno. Il prossimo step sarà quello di avere un laboratorio tutto nostro e produrre direttamente”.   

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