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    Lufthansa, terzo giro di tagli causa Covid: a terra 150 aerei, la ristrutturazone riguarderà 25-26 mila posti di lavoro

    MILANO – Nuovo giro di vite nella compagnia aerea tedesca Lufthansa a seguito della crisi causata dal coronavirus, che si è abbattuta in particolare sulla mobilità e sul turismo. Almeno 150 aerei del gruppo Lufthansa degli originali 760 velivoli non voleranno più. Lo ha reso noto la compagnia aerea, secondo quanto riporta Dpa. Anche il numero dei posti di lavoro a tempo pieno tagliati supererà i 22.000 già annunciati.Lufthansa, che ha già goduto di un prestito garantito dallo Stato di 9 miliardi, a causa delle prospettive negative causate dalla pandemia ha deciso di tagliare 150 aerei e un numero di posti di lavoro superiore ai 22.000 precedentemente annunciati. Secondo l’Handelsblatt, alla fine dei conti l’impatto sarà su 25-26 mila posti.Con il terzo pacchetto di ristrutturazione, la società ripianifica la flotta a medio termine: l’adeguamento ad ora prevede una riduzione permanente della capacità a livello di gruppo di 150 aeromobili entro la metà di questo decennio (il punto di partenza è la flotta del gruppo, compresi gli aeromobili in wet lease).Tra le misure decise dal consiglio della società, c’è anche una svalutazione di 1,1 miliardi di euro della flotta da iscrivere a bilancio già nel terzo trimestre. La svalutazione riguarda in particolare gli aerei tolti dal servizio attivo e parcheggiati in depositi e gli aerei che subiranno il medesimo destino nel corso dei prossimi mesi, fra cui 8 airbus A380 e 10 airbus A340-600 dopo che in primavera erano già stati tolti dal sevizio sei A380. Lufthansa non prevede di utilizzare più questi modelli a meno di un significativo aumento del traffico aereo. Il gruppo tedesco ritiene inoltre ormai non più realistico un obiettivo di un livello di attività pari al 50% rispetto a un anno fa. “Se il trend attuale continuerà – recita il comunicato del gruppo – i posti per chilometro disponibili rimarranno solo nel range fra il 20 e il 30 per cento di un anno fa”.La variazione dell’organico a tempo indeterminato nell’ambito delle operazioni di volo sarà ulteriormente adeguata allo sviluppo del mercato. La compensazione e la riduzione delle eccedenze di personale saranno discusse con i rappresentanti dei dipendenti, dice la compagnia.”Nonostante il peggioramento dell’outlook – prosegue il comunicato del gruppo – il piano finanziario rivisto intende ridurre ulteriormente gli esborsi di liquidità attraverso un’attenta gestione dei costi. L’uscita di liquidità sarà ridotta dagli attuali circa 500 milioni di euro al mese a circa 400 nel corso dell’inverno. Il target comunicato in precedenza dal gruppo di ritornare a un cash flow operativo positivo durante il 2021 viene rafforzato”. Infine verrà implementato uno snellimento del 20% delle posizioni manageriali e verranno rivisti tutti gli spazi per uffici amministrativi nel mondo con un target di riduzione del 30% per quelli in Germania. LEGGI TUTTO

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    Contagi Covid sul lavoro, oltre otto su dieci al Nord. Nel 71% dei casi si tratta di donne

    MILANO – Più di otto contagi Covid 19 su dieci registrati dall’Inail, quindi in ambiente di lavoro, sono arrivati in territori del Nord Italia. E nel 71,3% delle denunce è stata coinvolta una lavoratrice donna.Sono alcuni dei dettagli che emergono dal quadro tracciato dall’Istituto allo scorso 31 agosto. Alla fine del mese scorso, i contagi sul lavoro denunciati risultavano essere 52.209, il 19,4% rispetto al totale dei contagiati nazionali comunicati dall’Istituto superiore di sanità alla stessa data, 846 in più rispetto a quelli rilevati dal monitoraggio al 31 luglio. I casi mortali sono risultati 303 (circa un terzo dei decessi denunciati all’Inail da inizio anno e con un’incidenza dello 0,9% rispetto al complesso dei deceduti nazionali da Covid-19 comunicati dall’Iss al 31 agosto), 27 in più nel solo mese di agosto.Coronavirus nel mondo, Usa verso i 200mila morti. Oltre metà della Francia è ‘zona rossa’Le morti denunciate sono risultate concentrate soprattutto tra gli uomini (83,8%) e nelle fasce 50-64 anni (69,3%) e over 64 anni (19,8%), con un’età media dei deceduti di 59 anni. Ma – dettaglia l’Inail – prendendo in considerazione il totale delle infezioni di origine professionale segnalate all’Istituto, il rapporto tra i generi si inverte: il 71,3% dei lavoratori contagiati sono donne e l’età media scende a 47 anni.La mappa dei contagi sul lavoro è quasi un monocolore del Nord del Paese. Il 56,1% delle denunce riguarda infatti il Nord-Ovest e il 24,2% il Nord-Est, seguiti da Centro (11,9%), Sud (5,7%) e Isole (2,1%). “Focalizzando l’attenzione sui contagi con esito mortale, la percentuale del Nord-Ovest rispetto al totale è del 56,4%, mentre il Sud, con il 16,2% dei decessi, precede il Nord-Est (13,2%), il Centro (12,2%) e le Isole (2,0%)”, spiega ancora l’Istituto. Venendo a un dettaglio maggiore, tra le regioni l’aggiornamento conferma “il primato negativo della Lombardia, con oltre un terzo dei casi denunciati (36,0%) e il 42,6% dei decessi. La provincia più colpita è quella di Milano (11,0%), seguita da Torino (7,9%), Brescia (5,5%) e Bergamo (4,7%), che con 37 decessi, pari al 12,2% del totale, è al primo posto tra le province con più casi mortali, seguita da Milano (8,3%), Brescia (7,9%) e Napoli (6,3%)”.Il dettaglio del report consente anche di monitorare la pericolosità nei diversi settori. Quelli che presidiano la salute risultano maggiormente esposti: il 71,2% delle infezioni denunciate e il 23,3% dei casi mortali si concentra nel settore della Sanità e assistenza sociale (che comprende ospedali, case di cura e di riposo, istituti, cliniche, policlinici universitari, residenze per anziani e disabili). Se a questi si aggiungono le Asl pubbliche si arriva all’80,2% dei contagi e al 34,0% dei decessi. “Seguono i servizi di vigilanza, pulizia, call center, il settore manifatturiero (addetti alla lavorazione di prodotti chimici, farmaceutici, alimentari) e le attività dei servizi di alloggio e ristorazione”, dice l’Inail.La riapertura economica da maggio in avanti ha un po’ riequilibrato la situazione dei contagi. L’incidenza dei casi nella sanità e assistenza sociale è infatti scesa dal 71,6% del periodo marzo-maggio al 56,0% di giugno-agosto. Viceversa sono cresciute le denunce nei settori come i servizi di alloggio e ristorazione (passati dal 2,5% di marzo-maggio, al 4,3% di giugno-agosto, con il 5,0% solo ad agosto) o noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese (cresciute dal 4,3% del periodo marzo-maggio al 7,7% di giugno-agosto e al 13,7% nel solo mese di agosto), che sono stati esposti maggiormente al contatto con i clienti durante il periodo delle vacanze.  LEGGI TUTTO

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    Le misure per il rilancio ancora al palo: oltre tre provvedimenti su dieci in attesa di attuazione

    ROMA – Ha il fiato grosso l’imponente operazione di varo di circolari, modelli, procedure informatiche, istruzioni di dettaglio che dovrebbero rendere operative le misure contenute nei quattro decreti anti-Covid da 100 miliardi (Cura Italia, Liquidità, Rilancio, Agosto). Colli di bottiglia si registrano a Palazzo Chigi e in vari ministeri.Se si prendono in considerazione solo i tre decreti già convertiti in legge (il dl Agosto è in corso di attuazione) su 372 misure complessive ce ne sono 184 che hanno bisogno di implementazione burocratica: di queste solo 71 hanno avuto i relativi provvedimenti attuativi, cioè solo il 19,1 per cento. Mentre 113 misure, pari 30,38 per cento, ancora aspettano di scattare pronte al traguardo, ma ormai con qualche impazienza. Se vogliamo sommare le misure che non hanno bisogno di provvedimenti attuativi (188) più quelle già attuate (71) si arriva a 259 provvedimenti in funzione, pari al 69,9 per cento. Sempre poco.Se invece si valuta l’attuazione delle misure in base allo stanziamento delle risorse che ammontano complessivamente a 100 miliardi, il quadro migliora perché 94 miliardi sono stati già spesi. Mancano all’appello tuttavia 6 miliardi.Tra i principali provvedimenti da adottare, segnalati all’interno dello stesso esecutivo, ci sono molte misure per le imprese sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico, altre in attesa del via libera di Bruxelles, altre al ministero del Lavoro. LEGGI TUTTO

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    Istat, la crisi frena ricerca e sviluppo: investimenti giù del 4,7% nel 2020 nel settore privato

    ROMA – E’ il settore privato che investe principalmente in ricerca e sviluppo, ma nel 2020 la crisi impone una brusca frenata: la previsione, rileva l’Istat, è di un calo del 4,7% rispetto al 2019, mentre cresce del 3% la spesa delle istituzioni pubbliche e rimane stabile quella delle istituzioni private non profit.Mentre nel 2018 la componente principale della spesa complessiva in R&S intra-muros (imprese, istituzioni pubbliche, istituzioni private non profit e università), che ammonta a 25,2 miliardi di euro, con un’incidenza percentuale sul Pil pari all’1,43%, è costituita dalle imprese private, che investono 15,9 miliardi, il 63,1% della spesa totale, e lo 0,9% del Pil. Rispetto all’anno precedente, la spesa globale aumenta del 6%. E si rileva anche un maggiore contributo delle piccole e medie imprese: nel 2018 si registra in particolare un aumento del 15,8% nelle imprese con meno di 50 addetti. Bene in particolare il Made in Italy, soprattutto l’industria del legno, il tessile e l’agroalimentare.La spesa cresce in tutti i settori nel confronto con l’anno precedente, ad eccezione del non profit: gli incrementi maggiori si registrano nelle imprese (+7,4%) e nel pubblico (+7,1%). Il sensibile aumento registrato nella spesa delle imprese dipende sia da un incremento importante del numero di imprese che hanno svolto attività interne di R&S nel corso del 2018 sia da un aumento della spesa sostenuta dalle imprese storicamente attive in questo campo. In particolare, l’investimento in R&S di ‘nuovi’ soggetti ha contribuito al 3,9% della spesa complessiva.Anche nelle Università si rileva un discreto aumento (+2,6%), mentre il non profit subisce una perdita (-2,1%). Per il 2019 i dati preliminari segnalano ancora un ulteriore aumento della spesa complessiva in R&S delle imprese, del settore pubblico e del non profit. In particolare, la spesa cresce del 7,6% per il non profit, del 4,3% per le istituzioni pubbliche e dell’1,9% per le imprese.Le imprese contribuiscono per la maggior parte della spesa in R&S (13,7 miliardi, pari al 54,5% dei finanziamenti complessivi). Seguono il settore delle istituzioni pubbliche con il 32,8% (8,2 miliardi) e i finanziatori stranieri che partecipano al 10,5% della spesa (circa 2,7 miliardi). Rispetto al 2017, aumenta la spesa finanziata dalle imprese nazionali e dal settore pubblico (rispettivamente +0,8 e +0,5 punti percentuali), è invece in calo la componente estera (-1,2 punti percentuali).Indipendentemente dal settore esecutore, l’autofinanziamento si conferma la fonte principale della spesa per R&S. In particolare, le imprese nazionali finanziano il proprio settore per una quota pari all’83,2% del totale della spesa, quota in leggera crescita rispetto al 2017 (+0,5 punti percentuali). Riguardo alla spesa in R&S delle imprese, aumenta anche il contributo pubblico (dal 3,5% del 2017 al 4,9% del 2018) mentre si ridimensiona la componente estera, che si attesta all’11,7% (-1,9 punti percentuali rispetto al 2017). Anche nel settore pubblico nel 2018 l’autofinanziamento ha interessato una maggiore quota della spesa in R&S rispetto all’anno precedente, cioè l’86,9% contro l’85,8% del 2017.  LEGGI TUTTO

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    Allarme Oxfam: i più ricchi inquinano, i più poveri travolti dai cambiamenti climatici

    ROMA – L’1% più ricco del pianeta inquina il doppio della metà più povera. Secondo il rapporto Oxfam-Stockholm Environment Institute, pubblicato alla vigilia dell’Assemblea Generale dell’Onu che dovrà discutere dell’emergenza climatica, i più agiati del pianeta, 63 milioni di persone, hanno emesso il 15% di Co2 mentre la rimanente popolazione, 3,1 miliardi di persone, solo il 7%.  Mentre il 10% più ricco della popolazione mondiale (circa 630 milioni di persone) è responsabile del 52% delle emissioni di Co2. Un dato che negli anni è peggiorato: tra il 1990 e il 2015 le emissioni annuali sono aumentate del 60%, ma il 5% della popolazione più ricca ha determinato oltre un terzo (37%) di questo aumento. Con le emissioni più che raddoppiate in 25 anni è sempre più difficile contenere l’aumento delle temperature entro 1,5 gradi.Dalla ricerca, che analizza la quantità di emissioni per fasce di reddito, in 25 anni, il 10% più ricco ha consumato un terzo del nostro “budget globale di carbonio” mentre la metà più povera della popolazione solo il 4%. In altre parole, l’ammontare massimo di anidride carbonica che può essere rilasciata in atmosfera senza far aumentare la temperatura globale sopra 1,5 gradi centigradi è stato già consumato per più del 30% dal 10% della popolazione più ricca del pianeta.L’aumento di oltre 1,5 gradi centigradi della temperatura globale è considerato dagli scienziati il punto limite oltre il quale si verificherebbero catastrofi climatiche. “Lo stile di vita, di produzione e di consumo di una piccola e privilegiata fascia di abitanti del pianeta sta alimentando la crisi climatica e a pagarne il prezzo sono i più poveri del mondo e saranno, oggi e in futuro, le giovani generazioni. – ha detto Elisa Bacciotti, responsabile campagne di Oxfam Italia – I dati raccolti dal 1990 alla metà degli anni ’10 ci raccontano di un modello economico non sostenibile, né dal punto di vista ambientale, né dal punto di vista economico e sociale, che alimenta la disuguaglianza soffocando il pianeta da tutti i punti di vista”. Lo stop imposto dal Covid-19 in numerosi Paesi ha rallentato questo processo, ma già con l’allentamento delle restrizioni le emissioni di Co2 sono tornate a crescere: l’Oxfam ricorda perciò quanto sia importante ridurre del 30% le emissioni globali per non esaurire, entro il 2030, la quota di emissioni massima che possiamo permetterci di produrre senza far aumentare la temperatura globale oltre 1,5 gradi centigradi.Per raggiungere questo obiettivo, realisticamente a cambiare devono essere le abitudini della fascia più ricca del pianeta: oggi la disuguaglianza da Co2 è talmente profonda che, anche se il resto del mondo adottasse un modello a emissioni zero entro il 2050, il 10% più ricco potrebbe esaurire le sue riserve entro il 2033. Il rapporto stima infatti che il 10% più ricco dovrebbe ridurre di dieci volte le proprie emissioni pro-capite di Co2 entro il 2030, per fare in modo che l’aumento delle temperature globali non oltrepassi 1,5 gradi centigradi. Se a produrre la gran parte delle emissioni sono i Paesi più ricchi, a subirne le conseguenze sono invece i più poveri: durante il 2020, con una temperatura media globale di 1°C al di sopra dei livelli preindustriali stimati, i cambiamenti climatici hanno provocato cicloni violentissimi in India e Bangladesh, invasioni di locuste che hanno distrutto i raccolti in molte regioni dell’Africa, ondate di calore senza precedenti e incendi in Australia e Stati Uniti, ricorda l’Oxfam che, con la Regione Toscana, promuove anche quest’anno la Marcia per i Diritti Umani 2020, in programma per il prossimo 8 ottobre. LEGGI TUTTO

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    Le Borse di oggi, 21 settembre. Mercati deboli con la crescita dei casi Covid. Euro in rialzo con la revisione del programma Bce

    MILANO – Ore 11. La diffusione dei nuovi casi di Covid 19 in molti Paesi europei preoccupa gli investitori, che vedono avvicinarsi un periodo di incertezze acuito dal voto americano e dalla qualità dei rapporti tra Washington e Pechino.I mercati azionari europei accelerano così al ribasso a metà mattina, dopo l’apertura incerta, con le preoccupazioni amplificate dai future su Wall Street che lasciano intravedere forti vendite alla riapertura. Per le azioni Ue, nota Bloomberg, si profila la peggior seduta dallo scorso luglio. Milano arriva a perdere il 3% con la sola Diasorin, tra i titoli maggiori, a tenere botta. Londra perde il 2,9%, Francoforte il 2,5% e Parigi il 2,3%. Il timore che Londra vada verso un nuovo lockdown, e che possa esser seguita da altre aree del Vecchio continente, preoccupa gli investitori sulla possibilità di ripresa. Non a caso, sono le compagnie aeree a guidare i ribassi. Male anche le banche, con i report internazionali sui possibili coinvolgmenti di big del comparto come Hsbc e Standard Chartered in operazioni con fondi di origine illecita per oltre 20 anni: i rispettivi titoli sono scesi ai minimi dagli anni Novanta.Debole anche la giornata dei mercati asiatici, rimasti con volumi inferiori alla norma per la chiusura festiva della Borsa di Tokyo. Il Composite di Shanghai ha terminato la seduta con un ribasso dello 0,6% a 3.316,94 punti mentre a Shenzhen ha chiuso in calo dello 0,5% a 2.208,3 punti. Male anche il ChiNext, a -0,6% a 2.569,22 punti, mentre a Hong Kong l’indice Hang Seng cede l’1,66% a 24.049,88 punti. Andamento in leggero rialzo per lo spread fra Btp e Bund in attesa degli esiti delle urne: il differenziale segna 148 punti – dai 145 dell’avvio.Il dollaro prosegue il suo indebolimento nei confronti delle principali valute, con gli investitori che aspettano anche di capire se i partiti americani troveranno la quadra sul nuovo pacchetto di stimoli economici e guardano alle testiominanze parlamentari del presidente della Fed, Jerome Powell, che occuperanno questa settimana di lavori. Anche in Europa si registrano importanti novità che impattano il cambio: la Bce lancia un’ampia revisione del Pandemic Emergency Purchase Programma, il QE pandemico. Secondo quanto riportato dal Financial Times citando alcune fonti, la revisione riguarda la durata del ‘Pepp’ e la possibilità di trasferire parte della sua flessibilità ad altri programmi di acquisto di asset della Bce, quelli più tradizionali. Il programma di acquisto di debito per l’emergenza pandemica da 750 miliardi di euro è stato lanciato a marzo e ha concesso alla Bce la flessibilità di comprare una larga proporzione di titoli dei Paesi più colpiti. Il Pepp è stato poi portato a 1.350 miliardi ed esteso fino a giugno 2021. Avvio di settimana in rialzo per l’euro: la moneta unica avanza dello 0,18% a 1,1862 dollari. In Asia lo yen passa di mano a 104,3 (-0,2%).In agenda, oggi, si segnalano i dati sulla fiducia economica dell’Eurozona e le vendite di case esistenti negli Stati Uniti, mentre in Italia l’Istat rilascia i conti economici nazionali del 2019.Quotazioni del petrolio in flessione sui mercati asiatici. Sull’andamento del greggio pesa da una lato il potenziale ritorno della produzione di petrolio in Libia e il continuo aumento dei casi di coronavirus nel mondo ma dall’altro lato, la tempesta tropicale che ha colpito il Golfo del Messico, interrompendo una parte della produzione Usa. Così il Wti cede lo 0,22% a 41,02 dollari al barile e il Brent arretra dello 0,23% a 43,05 dollari al barile.  LEGGI TUTTO

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    Elettrodomestici in stand by: ci costano fino a 90 euro l’anno

    Quella lucina rossa, alla quale siamo così abituati da non farci più caso, insieme a tante altre pesa tra il 10 e il 16% della nostra bolletta elettrica annuale. È il cosiddetto “stand by”: spegniamo un elettrodomestico ma non ci rendiamo conto che il dispositivo, in realtà, è ancora acceso anche se al minimo. È così per televisori, computer, decoder, condizionatori, lavatrici solo per fare alcuni esempi. Basta starci attenti e staccare le spine quando non li usiamo per risparmiare tra i 18 e i 90 euro in bolletta a seconda dei nostri consumi domestici. Un “trucco” da non sottovalutare soprattutto in un Paese, l’Italia, dove le bollette della luce sono ancora tra le più care in Europa. Il calcolo lo hanno fatto Selectra, la società che aiuta i consumatori a scegliere le tariffe di luce e gas più convenienti, e Midori, un dispositivo che misura i consumi di tutti i dispositivi elettrici  di una casa. Lo studio ha analizzato tre profili di consumo: famiglia grande con consumi medio-alti (3800 kWh l’anno), la famiglia tipo presa in considerazione dall’autorità di settore Arera (2700 kWh l’anno) e una coppia con consumi inferiori alla media (1500 kWh l’anno). Per il primo profilo, quello più “energivoro”, spegnendo tutte le luci di stand by si riesce a consumare il 16% in meno di energia, pari a 90 euro. Una cifra importante perché, spiega Selectra, abbassando i consumi (cioè la voce in bolletta “materia prima energia”) si abbassano di conseguenza anche tutte le altre voci che compongono la bolletta. Nello specifico, il 14,5% di imposte, il 16% nella voce “oneri di sistema” e il 3,5% nella voce relativa a gestione e trasporto del contatore. In totale si passa da una bolletta annuale di 744 euro a una di 654 euro. Per la “famiglia tipo”, con consumi nella media, il risparmio totale è di 53 euro l’anno e la voce che si riesce ad abbattere di più è quella delle imposte, che senza stand by cala del 21%. Anche se in termini assoluti è la materia prima energia (che da sola compone il 44% della bolletta di questo tipo di consumatore) ad alleggerire di più la fattura con 22 euro in meno all’anno. Nel complesso, se in un anno si spendevano 504 euro di luce, staccando tutte le spine si arriva a 450. Infine il profilo con consumi più bassi, una coppia con soli 1500 kilowattora all’anno. In questo caso il risparmio è più limitato: il 10% che si traduce in 18,5 euro in meno in bolletta (da un totale di 332 euro a 314). Spegnendo tutte le luci di stand by la componente energia scende del 6,4% (9,3 euro l’anno) mentre la voce che scende di più è quella relativa agli oneri di sistema: -10% pari a poco più di 6 euro l’anno. Spiccioli? Forse. Ma dall’indagine di Selectra non è finita qui. Perché passando al mercato libero dell’energia si può aderire a offerte più convenienti rispetto al regime tutelato (che terminerà il primo gennaio 2022. Secondo le ricerche fatte da Selectra sul comparatore confronto.luce-gas.it una famiglia numerosa potrebbe risparmiare, in questo modo, altri 59 euro l’anno; una famiglia tipo altri 44 euro l’anno e una coppia altri 27 euro l’anno. Che sommati ai 18,5 in meno togliendo le luci di stand by diventano 45 euro risparmiati ogni anno. Una dignitosa cena romantica al ristorante. LEGGI TUTTO

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    Gualtieri: “Nel 2021 stop a cassa integrazione per tutti. Calo Pil nel 2020 sarà a una cifra”

    MILANO – Stop alla cassa integrazione per tutti come è accaduto nei primi mesi dell’emergenza.  “Escludo” per il prossimo anno “che ci sia la cassa integrazione generalizzata e gratuita per tutti, già ora la stiamo superando. Ci sarà la cassa” standard “e qualche elemento specifico per sostenere i settori più in difficoltà, ha detto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri intervenendo ad Assisi al ‘Cortile di Francesco’.Il ministro ha anche anticipato che la nota di aggiornamento al Def potrebbe slittare di qualche giorno visto che la data canonica, il 27 settembre, è una domenica. “Stiamo materialmente redigendo la Nadef che approveremo penso il 28 o il 29 di settembre in Consiglio dei ministri, essendo il 27 domenica”, ha detto confermando alcuni dei numeri circolati negli ultimi giorni.Il calo del PIlt “sarà a una cifra e sarà nettamente migliore di altri previsori e comunque è prudente perché già sconta l’incertezza del quarto trimestre. E’ sempre possibile un ulteriore peggioramento se la situazione” del contagio peggiorasse “ma anche un esito finale migliore se non ci sarà questo rallentamento che diamo per scontato”, ha sottolineato.Quanto all’utilizzo del Recovery Fund, il ministro ha ribadito che le risorse non potranno finanziare misure strutturali come un taglio delle tasse. “Noi vogliamo fare una riforma fiscale e proseguire sulla strada della riduzione sul lavoro e sull’impresa” ma “la riduzione delle imposte è una spesa strutturale, quindi non finisce quando finisce il recovery e non sarebbe una geniale azione di politica fiscale” abbassarle “per poi rialzarle”, ha detto Gualtieri ricordando che “le risorse del Recovery possono finanziare l’entrata a regime di riforme che possono avere un costo temporaneo. Quindi non ci saranno miliardi coperti dal Recovery, ma aiuterà a sostenere e finanziare l’entrata a regime della riforma fiscale, ad esempio migliorando il contrasto all’evasione e all’elusione fiscale” o “la digitalizzazione dei pagamenti”. LEGGI TUTTO