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    Covid e assegno di mantenimento: sì al taglio dell'importo

    La legge prevede che gli assegni di mantenimento per il coniuge e per i figli possano variare nel tempo in funzione dei cambiamenti, soprattutto economici, che intervengono nella vita della famiglia separata. Sino a oggi i Giudici erano abbastanza rigidi: chi voleva abbassare l’assegno doveva prima documentare di aver subito una contrazione dei propri redditi e poi agire in giudizio. Questo principio, teoricamente corretto, non teneva conto che nella pratica, e soprattutto per i lavoratori non dipendenti, come autonomi e professionisti, la prova della contrazione del reddito la si poteva fornire solo a distanza di molto tempo dal verificarsi della perdita; un artigiano che aveva incassato meno nel primo semestre del 2018, doveva aspettare il luglio 2019 (quando diventava disponibile la sua dichiarazione dei redditi) prima di rivolgersi, con qualche speranza di successo, al Giudice.La pandemia ha cambiato lo scenario: chi non ha la garanzia del posto fisso e ha perso le sue entrate in tutto o in parte non può attendere mesi, o anni, prima di essere autorizzato alla diminuzione dell’assegno ma ha bisogno di un intervento immediato. Di questa esigenza – di giustizia- ha cominciato a farsi portatrice la giurisprudenza. Il Tribunale di Terni, con un recente provvedimento, ha infatti diminuito l’assegno dovuto da un libero professionista alla moglie, ritenendo logico e verosimile che quel libero professionista (il cui core business era rappresentato da attività di consulenza a favore di piccole imprese) avesse ridotto la propria attività lavorativa e le proprie entrate a causa del Coronavirus.Come sempre, però, occorre distinguere il grano dal loglio: non esiste un automatismo “Covid= crisi= diminuzione assegno” ma sarà necessario valutare caso per caso quanto l’emergenza sanitaria abbia inciso sulle entrate di colui che chiede la diminuzione. Questo anche per evitare, come purtroppo è già successo, che qualcuno, pur di risparmiare qualche euro, si professi improvvisamente nulla tenente ma trascorra le sue vacanze in hotel 5 stelle.*Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiarista, portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Editore  LEGGI TUTTO

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    I robot rubano il lavoro? In Italia spingono a cercarlo altrove

    Il robot ti frega il lavoro, oppure no? Dipende. In America sì, dicono gli economisti americani. In Germania no, dicono gli economisti tedeschi. E in Italia? La risposta è che siamo un po’ tedeschi. Da noi, infatti, il robot non ti ruba il lavoro, provocando ondate di licenziamenti. Ma te lo nega, impedendo la tua assunzione. Complessivamente, però, l’occupazione non ne ha risentito, a vedere un quarto di secolo di dati, dal 1991 al 2016. “Non c’è – dice uno studio, “Robot e occupazione”, della Banca d’Italia – impatto sistematico e statisticamente significativo  di un’alta esposizione ai robot sulla crescita complessiva dell’occupazione”. E neanche “sul rapporto tra occupazione e popolazione”, cioè i robot non hanno spinto la gente a rinunciare a cercare un lavoro. Come prevedevano i manuali di economia, almeno i più ottimisti, insomma, l’automazione ha spinto, con successo, ad una redistribuzione dell’occupazione, dai settori più esposti ai robot, come l’industria manifatturiera, a quelli meno esposti, come i servizi. Almeno, aggiunge prudentemente la ricerca, fino ad ora.In realtà, il robot con sembianze vagamente umanoidi che sposta i pacchi di Amazon o assembla le Jeep della Fiat è solo uno spicchio del più ampio processo di automazione, in cui, più dei robot, pesano probabilmente gli sportelli Bancomat, i biglietti del treno online e le analisi del sangue processate via software. Tuttavia, è il robot, come il Baxter delle linee di montaggio, che ha catturato l’immaginazione popolare. E l’Italia è piena di robot. In Europa, solo la Germania ne ha di più. Sono concentrati nell’industria dell’auto, a rivoluzionare le vecchie linee di montaggio. Ma sono presenti in forza anche nella metallurgia e, negli ultimi anni, sempre di più nella plastica e nell’industria alimentare.La loro progressiva introduzione, dice lo studio di Via Nazionale, non ha terremotato l’occupazione. Al contrario, i lavoratori rimasti in fabbrica quando arrivano i robot tendono a mantenere più a lungo il loro posto di lavoro. Non  perdono salario, ma neanche ne guadagnano. Tuttavia, la maggiore stabilità della loro occupazione consente di accumulare reddito più a lungo. Quello che vale per il singolo lavoratore, però, non vale per la vita della fabbrica. Lo studio della Banca d’Italia valuta che, nell’arco degli anni, su mille dipendenti l’arrivo di ogni robot abbia comportato la perdita di cinque posti di lavoro. Non perché ci sono stati cinque licenziamenti. Ma, a pagare per l’arrivo di Baxter e dei suoi simili, sono stati i giovani, che non hanno trovato posto in fabbrica. Il lungo declino dell’occupazione nell’industria manifatturiera, infatti, più che di tagli, è fatto di progressivo restringersi dei flussi di ingresso di nuovi lavoratori. Senza i robot, i colletti blu nell’industria manifatturiera sarebbero il 20 per cento in più: la ricerca attribuisce, infatti, all’automazione un quinto del declino dei posti di lavoro nel settore.Compensati, però, da posti di lavoro trovati altrove, soprattutto nei servizi, come, del resto, suggerisce il grande trend verso la deindustrializzazione dei paesi occidentali. Questa sostanziale superamento della crisi da robot vale, secondo la ricerca, non solo a livello nazionale, ma anche restringendo l’analisi ai singoli bacini locali del mercato del lavoro. E’ la differenza più vistosa – che ci accomuna alla Germania – con quanto avvenuto con l’impatto dei robot, negli Stati Uniti, dove, invece, se l’occupazione complessiva ha tenuto, a livello locale l’automazione delle fabbriche ha comportato vistosi effetti di spiazzamento e dolorose ricollocazioni di ampie fasce di lavoratori. Dove nasce la differenza? Ancora una volta, la differenza fra i mercati del lavoro europei e quello americano la fanno i diversi livelli di protezione del posto di lavoro e la minore mobilità degli occupati. Ma, nel caso dei robot, avverte la ricerca, c’è anche una diversa composizione dei settori esposti all’automazione. In Germania e in Italia i robot sono finiti soprattutto nelle fabbriche dei settori maturi, come auto e plastica. Negli Stati Uniti, invece, è stato investito un comparto a forte espansione e ad alto tasso di innovazione, come l’elettronica. Un riposizionamento dell’industria europea verso settori più dinamici e moderni potrebbe comportare una dinamica dell’occupazione più vicina a quella americana.  LEGGI TUTTO

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    Def, il governo lavora alle nuove stime: dal 2021 debito in calo e rimbalzo del Pil tra il 4 e il 6 per cento

    ROMA –  Riduzione del debito, deficit contenuto intorno al 5-6 per cento del Pil, rimbalzo del Pil intorno al 4-6 per cento. Sono queste le prime cifre del 2021, ancora sotto stretta valutazione, che il Tesoro si avvia a presentare nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza attesa per il 27 settembre. Il debito di quest’anno, fissato dal Def di aprile scorso in pieno Covid a quota 155,7 dovrebbe crescere in modo contenuto, nonostante la crisi, a quota 158-159 per cento del Pil. Mentre la caduta del prodotto interno lordo di quest’anno dovrebbe fermarsi intorno all’ 8-9 per cento (rispetto al -8 previsto nella primavera scorsa). Una sostanziale tenuta resa possibile anche dall’ingente quantità di risorse, pari a circa 100 miliardi erogate all’economia con i tre decreti anti-Covid.Recovery Fund, la Commissione presenta le linee guida: focus su sette aree di interventodal nostro corrispondente ALBERTO D’ARGENIO LEGGI TUTTO

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    Decreto agosto, ossigeno per i pagamenti fiscali. Arriva la proroga al 30 ottobre

    ROMA –  Verranno prorogati al 30 ottobre con una maggiorazione dello 0,8 per cento i versamenti fiscali per il saldo Irpef annuale dei redditi del 2019 per chi ha “saltato” la scadenza del 20 agosto. È questo il contenuto di un emendamento promosso dal Pd e condiviso dalla maggioranza che entrerà nel decreto “Agosto” la prossima settimana, dopo la scadenza elettorale. La conferma è venuta dal viceministro dell’Economia Antonio Misiani (Pd). L’iniziativa ha soddisfatto i commercialisti che avevano minacciato uno sciopero per il timore di un ingorgo tra gli obblighi fiscali e che hanno ritirato l’agitazione. La proroga è indirizzata alle partite Iva che adottano gli Indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa, i “vecchi” studi di settore) e i contribuenti forfetari (dunque gran parte della platea). C’è inoltre un’altra condizione: potranno beneficiare della proroga solo coloro che nel primo semestre del 2020 hanno registrato una perdita del fatturato del 33 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. La proroga è sostanzialmente la terza, dovuta a mitigare la recessione dovuta all’epidemia: il termine originario del versamento era infatti il 20 luglio, ci fu poi una proroga al 20 agosto (con un maggiorazione dello 0,4) ed ora il rinvio ad ottobre. È passata senza grandi paure anche la data del 16 settembre, attesa con ansia perché avrebbe previsto il pagamento di tutti i versamenti sospesi in aprile e maggio per l’emergenza Covid. In questo caso il governo è già intervenuto con il decreto “Rilancio”  ha previsto la possibilità di effettuarli, senza applicazione di sanzioni e interessi, pagando la metà subito ed il resto rate oppure rateizzando sa subito in quattro tranche. Da ricordare anche il taglio del saldo Irap, in pagamento quest’anno, per le imprese fino a 250 milioni di fatturato per un totale di 4 miliardi che ha investito circa 2 milioni di imprese.  LEGGI TUTTO

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    Lavoro, la protesta dei sindacati: “Il governo ci convochi”

    ROMA – Sindacati in piazza nelle principali città italiane per chiedere risposte al governo sul lavoro, la salute, la contrattazione e per rivendicare un ruolo nelle decisioni sul Recovery Fund.  “I sindacati confederali ci sono e sono rappresentativi. Abbiamo proposte e non diamo deleghe o carta bianca a nessuno. Questa rappresentanza sociale è tutta nostra”, dice Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, dal palco a Milano della manifestazione sul lavoro organizzata da Cgil, Cisl e Uil. “Iniziamo la nuova stagione con proposte e piattaforme e la volontà di fare un grande patto sociale per il Paese. Non vogliamo tornare indietro, ma costruire un Paese più giusto ed equo con la dignità del lavoro al centro delle scelte”, aggiunge.Dalla piazza di Napoli il leader della Cgil Maurizio Landini chiede invece con forza che nelle decisioni sull’utilizzo del Recovery Fund il governo tenga conto anche delle indicazioni dei sindacati: “Non possiamo accontentarci di far passare la nottata. Non vogliamo protestare ma abbiamo delle soluzioni e per questo vogliamo essere ascoltati”.  “L’Europa non ci sta dicendo di proseguire con l’austerità anzi, per la prima volta dopo tanti anni siamo di fronte al fatto che anche l’Europa si rende conto che la politica di austerità e quella logica sta mettendo a rischio la tenuta stessa della vita delle persone”, sottolinea.Il segretario generale della Uil Paolo Bombardieri interviene invece dal palco di Piazza del Popolo, a Roma:  “Un anno fa abbiamo riempito le piazze per proporre una nuova idea di Paese. Non ci siamo fermati e non lo faremo finché non cambierete” “Chiediamo al governo di cambiare strada, di ascoltare queste piazze. C’è l’occasione di cambiare il Paese, non possiamo sprecarla”, prosegue, rimarcando la necessità del confronto e di risposte concrete: “Se non ci  risponderanno, non ci fermeremo, continueremo nella mobilitazione”.Forte la richiesta di procedere ai rinnovi dei contratti collettivi ,”fermi a 14 anni fa”, a cominciare da quella della sanità privata , rivendicata anche la mancata immissione in ruolo “di oltre 200mila precari della scuola”. Sotto accusa il governo, per la “scarsa decisionalità”, e per la gestione delle risorse europee, su tutte, il Mes: “A chi non lo vuole –  dicono diversi esponenti sindacali dal palco di Roma – avremmo fatto fare un giro tra le terapie intensive in alcune Regioni a marzo-aprile. Si sta perdendo la memoria su quello che questo Paese ha passato”. E ancora, “sul Recovery Fund non ci sono ancora idee chiare. Il governo ci convochi e si confronti con noi su quello che sarà l’utilizzo di queste risorse fondamentali”. LEGGI TUTTO

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    Industria: fatturato +8,1% su mese, ma non si è ancora recuperato il livello pre-Covid

    ROMA – A luglio continua la risalita della produzione: l’Istat rileva un aumento congiunturale dell’8,1% del fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali. Anche gli ordinativi registrano a luglio un incremento congiunturale, sebbene meno ampio del fatturato (+3,7%), mentre nella media degli ultimi tre mesi aumentano del 14,8% rispetto rispetto ai tre mesi precedenti.  La variazione congiunturale del fatturato riflette risultati positivi registrati su entrambi i mercati: +9,0% quello interno e +6,5% quello estero; per gli ordinativi, invece, la crescita è sostenuta soprattutto dalle commesse provenienti dal mercato estero, che segnano un aumento del 7,4%, mentre l’incremento di quelle provenienti dal mercato interno si attesta su un modesto +1,3%.L’incremento, spiega l’Istat, è  diffuso a tutti i principali raggruppamenti di industrie, ad eccezione di quello dell’energia, per il quale la variazione su base trimestrale rimane ancora negativa. La crescita registrata negli ultimi tre mesi riduce il gap rispetto ai livelli precedenti l’adozione delle misure di contenimento della pandemia, che tuttavia rimane ancora ampio (-7,7% rispetto a febbraio, al netto della stagionalità).Gli aumenti congiunturali sono diffusi in tutti i comparti, ma quelli più rilevanti si riscontrano per l’energia e per i beni strumentali (rispettivamente +21,8% e +20,6%) mentre sono più contenuti per i beni intermedi e i beni di consumo (rispettivamente +3,1% e +1,6%). Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 23 come a luglio 2019), il fatturato totale dimuisce invece in termini tendenziali dell’8,1%, con cali del 6,3% per il mercato interno e dell’11,4% per quello estero. Rispetto al luglio dello scorso anno si registra una variazione positiva (+7,1%) solo per il settore estrattivo.Con riferimento al comparto manufatturiero, invece, il settore dei computer e dell’elettronica rimane pressoché stabile (-0,1%), mentre per tutti gli altri comparti si rilevano risultati negativi, dalla flessione dell’1,0% dell’industria delle apparecchiature elettriche e non, fino ai cali molto più ampi dell’industria tessile e dell’abbigliamento (-21,1%) e delle raffinerie di petrolio (-32,2%).Anche l’indice grezzo degli ordinativi su base annua diminuisce del 7,2%, con riduzioni su entrambi i mercati (-7,0% quello interno e -7,4% quello estero). Tutti i settori registrano risultati negativi, dalla flessione dell’1,0% dell’industria di macchinari e attrezzature e delle apparecchiature elettriche e non, ai cali di intensità molto più marcata dell’industria dei computer e dell’elettronica (-15,6%) e di quella tessile e dell’abbigliamento (-17,8%).  LEGGI TUTTO

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    Trasporto pubblico locale: il 30% delle aziende nega i rimborsi Covid

    Abbonamenti sempre più cari, ma pur sempre economici se paragonati a Paesi europei di dimensioni simili all’Italia. Il problema del trasporto pubblico locale (Tpl) nel nostro Paese continua a essere la qualità del servizio. Cittadinanzattiva ha pubblicato i nuovi dati dell’indagine sul Tpl, che viene condotta ogni anno dall’osservatorio prezzi e tariffe dell’associazione. Il trasporto pubblico italiano continua a essere lento, i mezzi vecchi, principalmente su gomma e inquinanti. E la trasparenza delle carte dei servizi fa ancora acqua da molte parti.Prezzi. In Italia un abbonamento annuale ai mezzi pubblici costa poco meno di 300 euro (297). Quindici anni fa era il 19% in meno (250 euro). Comunque poco se paragonato a Madrid (500 euro) e Parigi (750 euro). Ma lì il maggior costo degli abbonamenti coincide con più investimenti e migliori servizi. Due dati su tutti: l’Italia ha una rete metropolitana di 240 chilometri, Madrid da sola ne ha di più, il Regno Unito arriva a 672 e la Germania a 648. L’età media del parco mezzi in Italia è di 12,3 anni contro i circa sette della media europea.Nei principali centri urbani italiani si viaggia a una velocità di 15 chilometri orari; tra le 25 città del mondo in cui si perdono più ore nel traffico, l’Italia ne conta cinque, due in top 10. Roma è seconda e Milano settima.La regione in cui l’abbonamento annuale costa di più è la Liguria con 374 euro mentre i campani sono quelli che pagano meno di tutti: 201 euro, persino qualcosa in meno rispetto al 2005. L’abbonamento mensile più caro si paga, in media, in Umbria (47,5 euro al mese) mentre in Molise c’è il più economico: 25 euro al mese, lo stesso importo dal 2005. Calabria e Sardegna sono le regioni in cui gli utenti hanno subito i maggiori rincari negli ultimi 15 anni: rispettivamente +82% e +50%.Un gigante di argilla. Il settore del trasporto pubblico locale in Italia ha dimensioni notevoli: impiega 124.000 addetti e trasporta 5,4 miliardi di passeggeri l’anno, per un fatturato che supera i 12 miliardi di euro. Non poi così tanti se paragonati ai 28 miliardi delle aziende di Tpl tedesche e ai 23 di quelle francesi. Solo le aziende di Roma e Milano – Atac e Atm – rappresentano il 20% di tutto il mercato, che risulta molto frammentato e forse anche per questo poco incline a investire. Ma tra le due principali città italiane c’è ancora un abisso: nel rapporto si spiega che di fronte a una domanda pressoché uguale “corrisponde un’offerta del capoluogo lombardo quasi tre volte superiore rispetto a quella della Capitale”.Certo, qualcosa nel campo degli investimenti a livello nazionale si è fatto. Lo studio di Cittadinanzattiva evidenza che nel triennio 2016-2018 la flotta pre-euro4 è passata dal 49% al 42%, il segno che alcune aziende stanno sostituendo i mezzi con veicoli più efficienti e meno inquinanti. In ambito extraurbano ora i mezzi pre-euro4 sono il 61%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2016 ma pur sempre una percentuale molto alta. Si parla quasi sempre di mezzi su gomma perché questa è, nel trasporto pubblico locale, la modalità dominante, con infrastrutture di trasporto su ferro che “non risultano ancora adeguate” spiega il rapporto.Rimborsi: utenti poco informati. Cittadinanzattiva ha poi passato al setaccio le carte dei servizi delle aziende di trasporto pubblico locale in Italia. Le carte, introdotte per legge nel 1994, sono strumenti con i quali le aziende si prendono degli impegni con i propri utenti e li informano dei loro diritti e su come farli valere. In questo senso, negli ultimi anni sono stati fatti diversi passi avanti (il 93% è ormai reperibile online), ma continuano a presentare delle lacune difficili da giustificare.Un esempio? Una carta dei servizi su tre non dà alcuna informazione su rimborsi o indennizzi in caso di disservizi, quasi la metà non spiega che esiste un regolamento europeo che regola proprio i diritti dei passeggeri degli autobus (il 181 del 2011) e il 78% non dice che, in caso di mancata risposta a un reclamo – o di risposta insoddisfacente – il cittadino ha diritto ad adire la conciliazione. E a proposito di rimborsi, Cittadinanzattiva rileva che il 30% dei gestori del servizio non ha attivato la procedura per i ”rimborsi Covid”, quei rimborsi dovuti ai mesi in cui i cittadini non hanno potuto muoversi a casa del lockdown, pur avendo già pagato abbonamenti mensili o annuali. I più soggetti a queste “amnesie” sono i vettori delle province calabresi, siciliane e sarde ma il rapporto evidenzia che nulla è stato fatto neanche a Sondrio, Frosinone e Viterbo. LEGGI TUTTO

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    Fusione CaixaBank-Bankia: nasce la prima banca spagnola

    MILANO –  CaixaBank e Bankia uniscono le forze e attraverso una fusione danno vita alla più grande banca di Spagna, superando le attività locali dei colossi Santander e Bbva. Secondo quanto riportato da diversi media locali – tra cui el Economista – la capitalizzazione del gruppo raggiungerà i 16,2 miliardi.Dell’operazione, annunciata ieri sera, oggi sono stati forniti i primi dettagli, a partire dal ruolo dello Stato spagnolo, che resterà solo azionista di minoranza nella fusione fra le due banche. Secondo quanto informano i due gruppi, il fondo pubblico Frob di ristrutturazione avrà il 16% delle azioni mentre la Caixa possiederà il 74%. Di tale quota la Fondazione catalana La Caixa  deterrà il 35% Caixa procederà a un aumento di capitale, scambiando le azioni Bankia a un concambio di 0,6845 euro, valorizzando così il gruppo 4,3 miliardi di euro e quindi assorbendolo. LEGGI TUTTO