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    Auto, Manley: “Con la pandemia il mercato affronta il calo più netto di sempre: sarà -25 per cento”

    TORINO – Tre milioni di auto in meno alla fine del 2020, il dato più basso dal 2013, meno 25 per cento rispetto al 2019. “Il calo più netto di sempre”, dice l’ad di Fca e presidente di Acea, l’associazione delle Case europee, Michael Manley, che lancia l’allarme e chiede da parte dell’Unione Europea e dei singoli Paesi una grande attenzione per il settore delle quattro ruote.”Il Recovery plan europeo dovrebbe essere tradotto in misure di sostegno concreto come schemi di rinnovo delle flotte, per stimolare la richiesta per veicoli a basse o zero emissioni. Non si dimentichi che una ripresa del nostro settore solleverà l’intera economia, tanto necessario, soprattutto in quei Paesi più colpiti dalla crisi”.
    Dopo otto mesi di dati negativi il mercato si è risollevato in Europa con una crescita dell’1,1 %, ma è un balzo in avanti ancora flebile. E soprattutto la situazione è disomogenea. L’Italia è cresciuta di oltre il 9%, bene anche la Germania, mentre in Francia, Spagna e Gran Bretagna il mercato a settembre è rimasto negativo. “La posta in gioco è estremamente alta – ha evidenziato Manley -. Chiediamo ai politici, sia a Bruxelles, che negli Stati membri, di rafforzare il loro sostegno politico e pratico. Dobbiamo lavorare insieme per assicurare che l’ecosistema dell’auto nell’Ue, che occupa oltre 14,6 milioni di persone possa sopravvivere, riprendersi e prosperare”.Il problema è la prospettiva rispetto agli effetti della seconda ondata. La vera incognita che potrebbe rigettare il mercato in rosso dopo i primi segnali di ripresa e gli effetti degli incentivi: “Il Covid-19 è il rischio più grande che la nostra industria abbia mai affrontato”. Le perdite per il settore autoveicoli nell’Ue sono state “di 3,6 milioni di veicoli per un valore di circa 100 miliardi di euro e questo solo nella prima metà del 2020 – spiega l’ad di Fca – circa il 20% della produzione totale dello scorso anno. E la produzione non è tornata ai livelli pre-crisi”.
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    Google, il dipartimento di giustizia Usa fa causa al gigante hi-tech: “Monopolio illegale”

    Si apre la guerra legale fra Washington e la Silicon Valley, con gli Stati Uniti che lanciano ufficialmente un’azione antitrust contro Google, accusata di abuso di posizione dominante. La mossa del Dipartimento di Giustizia rappresenta la più ampia azione antitrust degli ultimi decenni e il più grande procedimento giudiziario intentato dall’amministrazione Usa nei confronti di un gigante tecnologico negli ultimi decenni. All’azione contro il monopolio Google hanno aderito anche 11 Stati americani.Il procedimento verrà depositato oggi, dopo che Repubblicani e Democratici insieme hanno chiesto di limitare lo strapotere delle aziende dominatrici del web. La notizia, anticipata dal Wsj e dal Nyt, è stata poi confermata da funzionari della Giustizia.
    Il Dipartimento di Giustizia Usa contesta a Google la condotta anticoncorrenziale. Il Dipartimento sostiene che il gigante ha abusato del suo dominio online nella ricerca per ‘soffocare’ la concorrenza e danneggiare i consumatori, come spiega una fonte all’Associated Press. La causa segna l’atto più significativo del governo per proteggere la concorrenza dopo il caso contro Microsoft più di 20 anni fa.L’azione delle autorità americane segue il rapporto del Congresso che ha accusato le big della Silicon Valley di monopolio e ha indicato la necessità di apportare modifiche, incluso un loro possibile spezzatino. Il Dipartimento sosterrà che il colosso di Mountain View avrebbe usato miliardi di dollari guadagnati attraverso le pubblicità sulla propria piattaforma per spingere i produttori di smartphone e browser come Safari di Apple a privilegiare Google come motore di ricerca predefinito. Il risultato è che Google ha una posizione dominante nella ricerca su centinaia di milioni di dispositivi Usa, con poche opportunità per qualsiasi concorrente di farsi avanti.Google possiede o controlla i canali di distribuzione della ricerca che rappresentano circa l’80% delle query di ricerca negli Stati Uniti, hanno spiegato i funzionari. Ciò significa che i concorrenti di Google non possono ottenere un numero significativo di query di ricerca e costruire sistema adeguato a competere, lasciando i consumatori con meno scelta e gli inserzionisti con prezzi meno competitivi, sostiene la causa. Google in un primo momento non ha voluto commentare, spiega il Wall street Journal, ma ha affermato che il suo vantaggio competitivo deriva dall’offerta di un prodotto che miliardi di persone scelgono di usare ogni giorno. La società ha poi definito l’azione antitrust del Dipartimento di Giustizia “profondamente sbagliata”. E ha aggiunto: “La gente usa Google perché può scegliere di farlo, non perché è costretta o perché non trova alternative”.
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    Un percorso professionale sul modello tedesco per 330 mila giovani: la proposta degli enti di formazione

    ROMA – Un percorso che coniughi formazione professionale e apprendistato mirato ad acquisire quelle competenze che nel mercato del lavoro mancano, e che saranno sempre più richieste: è la proposta che Forma, la principale associazione di enti di formazione in Italia, ha presentato al governo. Se ne parlerà domani in un convegno al quale parteciperanno, tra gli altri, il leader del Pd e presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, la sottosegretaria al lavoro Francesca Puglisi e il presidente del Cnel Tiziano Treu. Il progetto, spiega la presidente di Forma Paola Vacchina, intende riqualificare 330 mila tra Neet (giovani che non lavorano e sono usciti dai percorsi di istruzione) e disoccupati in 5 anni, con un impiego di 6,7 miliardi, che arriverebbero dalle risorse messe a disposizione dal Recovery Fund. Si basa sul modello tedesco della qualificazione professionale, parallela a quella universitaria. “Verrebbero inseriti con un contratto di apprendistato di primo o secondo livello che però preveda anche un percorso di formazione, di almeno un anno. – spiega Vacchina – Intendiamo formare quei supertecnici e quelle figure professionali che dalle indagini Unioncamere-Excelsior sappiamo vanno a ruba nel mercato del lavoro”.L’Italia, ricordano gli esperti di Forma, è tra i Paesi più indietro sotto i profili dell’istruzione professionale, e in effetti dell’istruzione in generale. Il 23,4% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora, i due terzi dei bambini con genitori senza istruzione superiore restano allo stesso livello e solo il 62,2% delle persone tra i 25 e i 64 anni in Italia ha almeno un titolo di studio di livello secondario a fronte di una media Ue del 78,7%. La quota di popolazione con titolo di studio terziario continua a essere molto bassa: il 19,6% contro il 33,2% dell’Ue. Solo il 41% degli adulti partecipa ad attività di formazione (contro il 52% in Germania e il 51% in Francia); il 47% degli italiani è analfabeta funzionale, cioè è incapace di usare in modo efficace le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle varie circostanze della vita quotidiana.
    Tra i giovani, oltre mezzo milione non sono riusciti neanche a completare il percorso d’istruzione di scuola media superiore, e hanno già smesso di studiare. Il tasso di dispersione scolastica in Italia è al 14,5%.  Eppure è un vero peccato, perché invece i dati mostrano anche come le possibilità di collocazione di giovani e anche non giovani disoccupati ci sarebbero, a fronte delle adeguate competenze. Da un’indagine di Legambiente emerge per esempio come i lavori green cresceranno nel prossimo anno di circa l’8%, per arrivare al 26% nei prossimi 5 anni e a circa il 35% nei prossimi 10 anni. Sono elevate le difficoltà di reperimento anche di molti mestieri artigianali o tecnici legati al Made in Italy, persino di operai metalmeccanici specializzati.E’ a questi indirizzi d’istruzione che sarebbero rivolti i percorsi di qualificazione e apprendistato promossi da Forma. “Siamo un Paese che spende tanto, come è doveroso, soprattutto nell’emergenza, in politiche passive (cassa integrazione, reddito di cittadinanza, sussidi di diversa natura…) – dice Vacchina – ma investe poco in politiche attive (formazione professionale, accompagnamento al lavoro…). Volendo semplificare, si potrebbe dire che rischiamo di abituarci ad essere una società di sussidiati; una società che pensa a come distribuire la ricchezza senza porsi il problema di come produrla. Difendiamo i posti di lavoro, ma non sempre il lavoratore. Occorre fare anche il movimento contrario: investire in modo significativo sull’educazione e sulla formazione professionale per preparare i giovani alle sfide del futuro e per aiutare chi perde il lavoro a sviluppare conoscenze e competenze che gli impediscano di scivolare ai margini della vita sociale e lavorativa”.Il mercato del lavoro non sarà del resto sempre abbattuto dal Covid. E’ vero che previsioni per quest’anno, si legge nel rapporto di Forma, sono per una riduzione di occupati di 527.300 unità, pari ad un calo del -2,2%, ma secondo le stime a fine 2021 l’economia italiana, grazie anche agli interventi pubblici, sarà pronta per riprendere un percorso di crescita, con un aumento di 750.000 occupati rispetto al 2020. Alla domanda di lavoro per espansione economica si aggiungerebbe anche quella del personale pensionato, che dovrebbe superare i 2 milioni di posti di lavoro fino al 2024. Tuttavia anche a fronte del fabbisogno in crescita, senza le competenze necessarie sarà comunque difficile collocare tutti coloro che in questo momento si trovano fuori dal mercato del lavoro, e che non vengono raggiunti da alcuna proposta di formazione, nonostante le premesse per l’erogazione del reddito di cittadinanza andassero invece proprio in questa direzione. LEGGI TUTTO

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    Autostrade, presentata l'offerta di Cdp con Blackstone e Macquarie per avere l'88%

    Cdp si fa ufficialmente avanti insieme ai fondi Blackstone e Macquarie per rilevare l’88,06% di Autostrade per l’Italia in mano ad Atlantia. Il board di Cassa ha infatti dato il via libera a Cdp Equity a procedere alla presentazione dell’offerta, che passa ora al vaglio del board di Atlantia in programma domani. Gli offerenti propongono la firma di un memorandum entro il 28 ottobre e per continuare “proficuamente” la trattativa, si aspettano che il cda della holding rinvii l’assemblea per la scissione convocata per il 30 ottobre. Una notizia, arrivata lunedì sera, che non scalda Atlantia in Borsa: reduce da un rally, la holding infrastrutturale che fa capo alla famiglia Benetton vive un martedì di forti ribassi.L’operazione, comunicata con una nota di Cassa arrivata nella tarda serata di lunedì, prevede anche la sottoscrizione di un term sheet volto a disciplinare i principali termini e condizioni e gli assetti di governance di una società di nuova costituzione partecipata da CDP Equity quale primo azionista, Blackstone e Macquarie (“BidCo”), che sarà utilizzata per la realizzazione dell’investimento. Cdp, secondo quanto si apprende, sarà il primo investitore ed esprimerà l’amministratore delegato e il presidente. In una fase successiva, poi, verrebbe previsto il coinvolgimento di altri investitori italiani. Inoltre, secondo quanto si apprende, il credito che Cdp vanta sul debito di Atlantia verrà scontato dal prezzo, ma non subito. Prezzo che prevederebbe uno sconto per i possibili rischi dei danni indiretti del ponte Genova (la cosiddetta manleva).
    Gli offerenti propongono ad Atlantia anche la sottoscrizione, entro il 28 ottobre 2020, di un memorandum of understanding tra tutte le parti che disciplini in dettaglio i principali termini e condizioni dell’operazione. Dalla firma del memorandum, e per circa 10 settimane, Cdp Equity, Blackstone e Macquarie effettueranno la due diligence, al termine della quale potranno rapidamente finalizzare un’offerta finale per l’acquisto della partecipazione in Aspi. E proprio per questo, “nell’ottica di continuare proficuamente le discussioni tra le parti”, nell’offerta viene espressa “l’aspettativa degli offerenti che il cda di Atlantia rinvii l’Assemblea per la scissione già convocata per il 30 ottobre, che sottende un’operazione diversa da quella prospettata”.L’offerta di Cdp è arrivata al termine di una giornata che ha visto gli azionisti esteri di Atlantia (che brilla in Borsa, dove chiude a +4,6% anche grazie all’accordo raggiunto nel weekend per la cessione del 49% di Telepass) affilare le armi, per frenare un’eventuale proposta di Cdp che non valorizzi adeguatamente Aspi. Il fondo britannico Tci, che valuta Aspi 10-12 miliardi, ha infatti aumentato significativamente la propria partecipazione nel capitale di Atlantia, portandola oltre la soglia rilevante del 10% (deteneva finora il 6-7% sotto forma di derivati che ha riscattato per rafforzare i propri diritti di voto): una mossa con cui, spiegano fonti finanziarie, il fondo guidato da Chris Hohn che si è già da tempo schierato per il processo di scissione e quotazione di Aspi in Borsa, starebbe consolidando la propria posizione per avere maggiore peso nell’assemblea del 30 ottobre, quella chiamata a deliberare il percorso di ‘dual track’ avviato a fine settembre, prima di quest’ultima apertura di Atlantia a Cdp. Il board di Atlantia potrebbe ora decidere di rinviare l’assemblea del 30, oppure anche di confermarla. In questo secondo caso, qualora arrivasse un’offerta rilevante successivamente al 30, il cda potrebbe convocare una nuova assemblea per valutare la proposta sopraggiunta.L’ipotesi di una forte presenza dei fondi esteri in Aspi, intanto, desta qualche preoccupazione, considerando che il 12% della concessionaria è già in mano straniera (i cinesi di Silk Road hanno il 5%, mentre Allianz attraverso il veicolo Appia Investment ha circa il 7%). “Pd-M5S davanti agli italiani hanno sempre sbandierato di voler riportare sotto il controllo pubblico Autostrade, ma nei fatti stanno consegnando nelle mani di fondi esteri il 70% delle quote”, osserva il deputato e responsabile nazionale Infrastrutture della Lega Edoardo Rixi. “Stiamo mettendo la nostra principale infrastruttura autostradale nelle mani di fondi americani, australiani, cinesi e tedeschi”, avverte il senatore azzurro Maurizio Gasparri.  LEGGI TUTTO

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    L'inflazione nascosta: servizi bancari più cari nel 2020. Rc auto stabile nonostante il lockdown

    In Friuli Venezia Giulia e Piemonte il ritorno dalle vacanze estive è stato un po’ più doloroso: oltre ai rincari dell’energia, che hanno riguardato tutto il Paese, in queste due regioni i servizi bancari hanno avuto il rincaro più alto in assoluto rispetto al settembre 2019. Significa che per aprire un conto, mantenerlo, pagare con bonifici e altre attività di pagamento e finanziarie, si paga qualcosa in più. I dati Istat, elaborati dall’Unione nazionale consumatori analizzano la variazione dei prezzi su base annua sulla base dell’andamento dell’inflazione.A livello nazionale i servizi bancari sono aumentati del 4,5%. Le regioni al di sopra di questa media sono cinque. Il Friuli Venezia Giulia stacca tutti con un +13,8%, seguito da Piemonte (+8,7%), Marche (+7,3%), Umbria (-5,5%) e Lombardia (+4,7%). Perfettamente in linea con il dato nazionale sono Lazio e Puglia mentre tutte le altre regioni rincarano, sì, ma un po’ meno. In fondo alla classifica si trovano Liguria (-1,2%) e Sardegna (+0,2%) dove l’inflazione ha colpito in modo quasi impercettibile.
    L’Unc ha calcolato anche l’andamento dei prezzi dei servizi assicurativi, che comprendono le polizze casa, salute e rc auto-moto, con quest’ultima voce che, però, incide per oltre il 90% sul totale della voce.  Un indicatore importante, quindi, anche per capire in che modo il lockdown ha influito sui prezzi, dal momento che per quasi tre mesi le automobili hanno circolato poco o nulla sulle strade. I numeri però non sono incoraggianti: in media i servizi assicurativi sono calati dello 0,4%. Ci sono province in cui il rincaro si è notato di più: in cima alla classifica c’è Lucca con il +7,6%, seguita da Perugia e Cuneo sopra al +5%. Prezzi invariati in alcune province tra le quali Napoli, Bari e Brescia mentre il nord-est ha beneficiato degli “sconti” maggiori, con Pordenone al -7,4% e Belluno con un -11%. Bene anche Roma con il -4,9%.Nel settembre scorso l’autorità di settore Ivass aveva calcolato che, nel secondo trimestre 2020, il prezzo medio dell’rc auto era sceso del 5,4% su base annua. I dati dell’inflazione raccontano però un’altra storia. “In media nazionale i servizi assicurativi nel loro insieme scendono solo dello 0,4%. Se si considera che gli italiani sono rimasti fermi per ben 69 giorni, dal 10 marzo al 17 maggio compresi, allora l’importo dell’rc auto sarebbe dovuto calare su base annua del 18,9%, contro il -5,4% segnalato dall’Ivass nell’ultimo bollettino” commenta Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. “D’altronde – continua Dona – che i prezzi potevano scendere ce lo dicono le regioni più virtuose, come il Lazio, -4,5%” prosegue Dona.È per questo che alcune associazioni continuano a chiedere che le imprese assicurative risarciscano gli automobilisti delle quote di rc auto non godute durante il lockdown. Un tesoro che secondo il Codacons ammonta a 3,9 miliardi di euro; un rimborso obbligatorio, spiega Codacons, “garantirebbe equità e immetterebbe risorse nelle tasche delle famiglie, già pesantemente danneggiate dall’emergenza Covid”.Intanto Ania, l’associazione che riunisce le imprese del settore assicurativo, spiega nella sua relazione annuale che il premio medio rc auto in Italia è sceso del 22% dal 2013 al 2019, diminuendo così la forbice che divide l’Italia dalla media dei Paesi Ue. “Secondo Ania calano i sinistri e le compagnie sono andate incontro ai consumatori? Non ci pare proprio. Il prezzo dell’rc auto non scende abbastanza considerato il crollo dei sinistri. L’Ania dovrebbe preoccuparsi di dire ai suoi associati di abbassare le tariffe” è il commento di Dona. LEGGI TUTTO

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    Le Borse di oggi, 20 ottobre. Incertezze sull'accordo Usa per gli stimoli: mercati deboli

    MILANO – Ore 10. La possibilità di raggiungere un accordo negli Usa sul nuovo pacchetto di stimoli per il rilancio dell’economia fuori dalla crisi pandemica continua ad orientare l’umore degli investitori. Le azioni asiatiche hanno trattato in ribasso a seguito della chiusura debole di Wall Street, così come sono incerte le aperture in Europa. Qualche miglioramento sullo scenario americano è arrivato ieri in serata quando la speaker della Camera, Nanci Pelosi, ha detto che le distanze tra la posizione Dem e la Casa Bianca si stanno riducendo: resta comunque una corsa contro il tempo arrivare a definire gli interventi prima delle elezioni di inizio novembre. La scadenza per fare il passo decisivo è indicata in questa sera.La giornata dei mercati europei parte all’insegna della debolezza. Parigi, dopo il tilt di Euronext della vigilia, segna un calo frazionale dello 0,03%, Francoforte cede lo 0,42% e Londra lo 0,12%. Il Ftse Mib di Milano gira in positivo allo 0,1%. Debole Atlantia dopo il rally della vigilia e dopo che la Cdp ha ufficializzato l’offerta con Blackstone e Macquarie per Autostrade per Italia, rimandando però ai prossimi giorni la definizione del prezzo. In evidenza, invece, Mps dopo che il premier Conte ha firmato il decreto per autorizzare la cessione di crediti deteriorati ad Amco.
    Ieri sera, come accennato, Wall Street ha chiuso ai minimi da due settimane. Il Nasdaq ha ceduto lo 1,65% a 11.478,88 punti, il Dow Jones ha lasciato sul terreno l’1,44% a 28.195,42 punti e lo S&P500 è arretrato dell’1,63% a 3.426,92 punti. Anche la chiusura di questa mattina di Tokyo è stata debole: l’indice Nikkei arretra dello 0,44% a 23.567,04 punti.L’euro apre stabile sopra 1,17 dollari e sale lo yuan. La moneta europea passa di mano a 1,1775 dollari e avanza a 124,27 yen. Dollaro/yen stabile a 105,53. Lo yuan offshore è salito ieri fino a 6,6695 sul dollaro, superando il picco del 2019 e toccando il livello più forte dal luglio 2018. Oggi è a 6,6865. Il rafforzamento dello yuan è legato alla ripresa dell’economia cinese, che ora riguarda anche i consumi.Lo spread tra Btp decennali e omologhi Bund tedeschi apre stabile a 134 punti, sui livelli della chiusura di ieri. Il rendimento del decennale sale allo 0,712%. Sono stati aperti i libri per il primo collocamento dell’Unione europea per il programma Sure: 100 miliardi (di cui 27 già deliberati per l’Italia) a supporto degli schemi dei Paesi membri di supporto al lavoro. L’emissione, destinata a retail e investitori istituzionali, prevede due tranche, una a 10 anni con scadenza 4 ottobre 2030 e una a 20 anni con scadenza 4 ottobre 2040. La guidance della tranche più breve è di uno spread nell’area di 6 punti base sopra il tasso midswap, la seconda nell’area di 17 punti base. Per quanto riguarda l’ammontare, l’indicazione è che entrambe le tranche saranno benchmarck (cioè sopra i 500 milioni) ma ovviamente l’attesa è per una emissione complessiva tra i 10 e i 15 miliardi di euro visto che il programma sure conta su una dimensione complessiva di 100 miliardi di euro. Le banche impegnate nell’operazione sono Barclays, Bnp Paribas, Deutsche Bank, Nomura e Unicredit.Tra i dati macro di giornata, a settembre i prezzi alla produzione dei prodotti industriali sono cresciuti in Germania dello 0,4% rispetto ad agosto: lo riferisce l’ufficio nazionale di statistica Destatis, precisando che rispetto al mese di settembre del 2019 il dato risulta in calo dell’1%.I prezzi del petrolio aprono in calo per l’aumento dei casi di coronavirus. Sui mercati asiatici i future sul Light crude Wti cedono dello 0,26% a 40,57 dollari e quelli sul Brent dello 0,0,75% a 42,30 dollari. E’ la quarta sessione consecutiva in calo. Il petrolio è al 92% dai livelli pre-pandemici. Quotazioni dell’oro, infine, in calo sui mercati asiatici. Il lingotto con consegna immediata passa di mano poco sotto i 2.000 dollari l’oncia (1.899) in calo dello 0,2%. LEGGI TUTTO

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    Riscattare la laurea? Conviene aspettare il 2025 e vedere

    Gentile lettrice,per prima cosa si conferma che il riscatto laurea agevolato introdotto dal D.L. n. 4/2019 potrà essere da lei azionato solo in seguito alla esplicita richiesta di opzione per il metodo di calcolo contributivo e all’invio a Inps, unitamente alla domanda di riscatto, del modello AP142. La conversione, in presenza di pochi giorni di lavoro ante 1996, abbatterà il valore della futura pensione di una entità molto contenuta, applicando tuttavia per sempre il massimale contributivo per il 2020 pari a 103.055 euro. Qualora l’opzione donna (al momento accessibile unicamente a chi ne maturi i requisiti entro il 31.12.2019) sarà prorogata oltre il 2019 con gli stessi requisiti (58 anni di età e 35 anni di contributi per le lavoratrici dipendenti), lei maturerà il requisito anagrafico nel 2028, ma quello contributivo non sarà perfezionato nemmeno se prosegue il rapporto di lavoro (arrivando a 28 anni di contributi) e se riscatta al contempo (anche con modalità agevolata) 4 anni del titolo di studi, arrivando così a 32 anni di contributi contro i 35 richiesti dalla norma. A questo punto, visto che il riscatto light non ha alcuna scadenza, si suggerisce di valutarne la convenienza dopo il 2025 verificando la normativa in vigore e se vi è stata effettiva continuità contributiva tale da garantire la maturazione del requisito contributivo complessivo.

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    Viaggi, ristorazione, abbigliamento: i consumi tornano a preoccupare dopo la ripresa estiva

    MILANO – Quel rimbalzo del terzo trimestre con la produzione industriale capace di riprendersi a un ritmo più accentuato che negli altri Paesi europei, una volta rimossi i lockdown che hanno caratterizzato la scorsa primavera, rischia di evaporare con i mesi invernali. E’ la preoccupazione che sta tenendo il premier Conte su una posizione accorta rispetto a misure più drastiche di chiusura delle attività economiche, pur rimanendo il contenimento dell’emergenza sanitaria il problema numero uno.Il pressing industriale e commerciale per non riproporre quanto visto da marzo in avanti è montato non appena sono partite le indiscrezioni sui coprifuoco e simili che sarebbero stati adottati. E l’umore delle famiglie ne risente, con la dinamica – già messa in luce da Bankitalia – di meno spese e più “risparmio precauzionale” pronta a rimettersi in moto. Una prospettiva avvilente perché i consumi sono fondamentali per alimentare la ripresa. “Le famiglie – ha detto via Nazionale nel suo recente bollettino – iriportano un’elevata propensione al risparmio a fini precauzionali. In prospettiva, resta rilevante il rischio che l’evoluzione globale della pandemia possa continuare a ripercuotersi sulla fiducia di famiglie e imprese o resti debole la domanda globale”.
    Pil: l’illusione è finita, in inverno si rischia il ritorno alla crescita zero
    Ettore Livini 19 Ottobre 2020

    Gli ultimi dati dell’osservatorio permanente Confimprese-Ey sui consumi certificano che nelle ultime settimane qualcosa è cambiato e la ripresa estiva rischia di volgere al termine. A settembre i consumi dei settori ristorazione, abbigliamento e “non food” rispetto al 2019 sono visti di nuovo in calo del 13,5%, dopo il -11,9% di agosto. Un nuovo scivolone che porta il consuntivo del 2020 a perdere oltre un terzo (-34,8%) sull’anno precedente. Se la ristorazione chiude il mese a -18%, l’abbigliamento segna un -12,9%, mentre il non food contiene i danni con un -6,9% (settore che contiene entertainment, ottica, arredo casa e oggettistica).Il vero e proprio bagno di sangue si ha nei viaggi, che perdono il 55% nel mese e arrivano al -62% sul progressivo anno: orfani delle presenze straniere che ‘allunganò la stagione, soffrono non solo gli operatori diretti ma anche tutto l’indotto di bar e commercio. “Difficile fare previsioni in questo momento – spiega Mario Maiocchi, direttore Centro studi retail Confimprese, in una nota di commento al rapporto – I primi riscontri del mese di ottobre registrano un forte rallentamento degli ingressi e dei fatturati. L’evoluzione della pandemia fa ipotizzare un aggravamento della tendenza per il quarto e più importante trimestre dell’anno”.

    Se l’e-commerce chiude settembre a +22,7% e beneficia del rientro alle attività cittadine da parte dei vacanzieri, un cambiamento di stile di consumo emerge dalla crisi di centri commerciali e outlet – che segnano rispettivamente un calo del -15,1% e del -10,3% – e dei negozi nelle high street metropolitane, a corto di flussi di shopping e turisti. Invece le città di provincia e le aree periferiche delle metropoli rimangono le aree con migliori performance (-9.8% nel mese e -31.3% nel progressivo anno). “I consumatori privilegiano la vita di quartiere, anche grazie al persistere dello smart working e del calo della mobilità urbana. Quest’ultimo è un trend che va delineandosi con sempre maggiore chiarezza e di cui gli operatori di settore dovranno tenere conto per gli assetti futuri”, dice il rapporto. “I consumatori mantengono il desiderio di tornare a girare per negozi e divertirsi, ma vengono frenati dalle paure legate alla sicurezza dei luoghi e degli spostamenti. Timori che potranno influenzare pesantemente il percorso di ripresa nei prossimi mesi, se i contagi dovessero aumentare significativamente”, l’annotazione di Paolo Lobetti Bodoni, business consulting leader Italy EY.

    Lo studio mette in fila anche le performance per regioni (Emilia Romagna, Lazio e Umbria quelle col calo maggiore a settembre; Molise, Basilicata e Calabria quelle più positive) e le città (Firenze soffre più di tutte con un -35%, seguono Milano, Bologna, Venezia e Roma). LEGGI TUTTO