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La contabilità tra territori come strumento di conoscenza, non di rivendicazione

In coincidenza con il dibattito sulle priorità del Recovery Plan, e forse non solo per pura coincidenza, si torna a discutere della distribuzione della spesa pubblica tra Nord e Sud del Paese. Il confronto è stato avviato dall’Osservatorio CPI che esprimendo la spesa pubblica in parità di potere d’acquisto per tenere conto delle “differenze molto rilevanti nel costo della vita tra regioni”, ottiene il risultato di un Mezzogiorno che riceve “un trattamento più generoso del resto dell’Italia”.

Rimandando ad una più ampia nota SVIMEZ per una discussione puntuale degli argomenti proposti dall’Osservatorio, tre questioni vanno portate nel confronto in corso per orientarlo verso una costruttiva dialettica.  

LO STUDIO COMPLETO SVIMEZ

La prima. Secondo l’Osservatorio CPI non è corretto prendere a riferimento il settore pubblico allargato che comprende, oltre alla PA, anche le Società a partecipazione pubblica nazionali e locali. Escludere o includere dal perimetro dell’intervento pubblico questi soggetti non è tanto un quesito “contabile”, quanto una scelta di metodo da operare rispetto all’obiettivo che dovrebbe guidare l’osservazione della distribuzione della spesa pubblica: comprendere come i territori siano raggiunti dall’intervento pubblico, diretto o mediato che sia. Se è vero, infatti, che il mercato guida una parte significativa delle decisioni di spesa di queste imprese, è anche vero che queste decisioni possono incidere significativamente sulla dotazione di infrastrutture sociali e sull’offerta di servizi essenziali ai cittadini (dal servizio idrico, all’energia, alla mobilità). Accade così che le partecipate locali garantiscano una spesa pro-capite di oltre 1.300 euro al Centro-Nord e inferiore ai 500 euro per abitante al Sud.

Il falso mito dello “scippo” di risorse del Nord a danno del Sud: al Mezzogiorno la spesa pubblica pesa di più


Fonte: https://www.repubblica.it/economia


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