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Consumi, nella fase 2 il marchio “made in Italy” fa salire le vendite. E il packaging gioca un ruolo importante

ROMA – Trovati i braccianti (grazie alla “sanatoria” per sei mesi di 220 mila stranieri) ora il problema sono i prezzi. Sono in crescita, soprattutto quelli di fratta e verdura. E se la raccolta o la produzione è 100% italiana o ha la bandierina bianca rosso e verde sul packaging, non è detto che il prezzo sia più basso. Tutt’altro, mangiar bene costa. Ma secondo secondo una ricerca di Coldiretti, l’80% degli italiani è disposto a pagare qualcosa di più (fino al 20%) se il bene che acquista è made in Italy. Ecco perché c’è chi sostiene che il rilancio dell’agricoltura e dei consumi post Covid 19, debba passare dall’italianità della merce e scriverlo chiaro e tondo sulle confezioni aiuta. Perché il richiamo all’italianità nel mondo della grande distribuzione continua a essere una delle caratteristiche più apprezzate dai consumatori nella ricerca di prodotti alimentari. A dimostrare una teoria che già ha delle solide basi (il made in Italy è molto apprezzato anche all’estero) è un’indagine condotta dall’Osservatorio Immagino di GS1 Italy su un campione di quasi 20mila referenze: se nell’etichetta c’è un richiamo all’italianità del prodotto (come il tricolore), l’aumento delle vendite fa un salto dello 0,7%, alimentando un giro d’affari che ha superato i 7 miliardi di euro. Questo per il passato. Ma il Covid 19 sembra aver spinto ancor di più i consumatori a sentirsi più tranquilli mangiando ciò che è prodotto in Italia.

Litalianità dei prodotti, secondo l’indagine, copre infatti il 25,2% delle referenze a scaffale e incide per il 24,4% sul fatturato del largo consumo. Dati positivi che, secondo gli esperti del settore dei consumi e della produzione, devono essere presi in considerazione anche nel post epidemia per rilanciare le vendite. Sempre che i consumatori, che sono anche cittadini, possano permetterselo, viste le fragilità del mercato del lavoro che emergeranno e già sono emerse nel post Covid 19. Chi il lavoro lo perde è più probabile mangi “junk food”, cibo spazzatura. Costa meno quasi sempre.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/economia/rss2.0.xml

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