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Massimo Vincenzi, il talento del giornale in una stanza

Massimo è andato via proprio quando credeva di aver vinto. Si era riconciliato con se stesso, aveva ripreso le scelte da fare nelle sue mani, ricominciava a pensare alle cose da scrivere, ai servizi da preparare. Passava nelle stanze del giornale per dirlo agli amici, dare rassicurazioni, fare promesse e si capiva che in realtà scommetteva con una parte di sé, quella che si era smarrita e lo trascinava altrove, mentre lui adesso cercava di riprenderla e governarla. Non ce l’ha fatta, come se alla fine tutta l’energia della sua vita giovane si fosse ribellata rovesciandosi nel suo contrario e ormai non avesse più la forza di fare la sua battaglia.

Restano i giornali, che spiegano tante cose e rivelano le persone: perché fanno parte della vita, non della sua rappresentazione. Vincenzi è stato vicedirettore della “Stampa”, corrispondente di “Repubblica” da New York. Ma ognuno di noi, quando pensa a lui, lo vede sempre e solo seduto alla guida dell’ufficio centrale, la macchina del quotidiano che comincia a progettarlo al mattino, gli dà forma e senso durante la lunga giornata, lo accompagna alla stampa, la notte. Quello era il suo posto, il luogo del suo talento, del suo carattere, lo snodo tra la formazione e l’ambizione, l’incontro tra la direzione e la redazione, l’occasione per insegnare e imparare insieme, ricominciando ogni giorno.

Arrivato dalla “Gazzetta di Mantova”, il giornale della sua città dove aveva cominciato il mestiere giovanissimo, Massimo aveva scalato “Repubblica” come un passaggio naturale, quasi il lavoro fosse semplice. Lo era per lui, che aveva quell’intelligenza fisica, quella velocità di reazione istintiva dei veri capiredattori, che quando succede un grande fatto si alzano in piedi a dettare lo sfoglio nuovo buttando per aria tutto il giornale, e la redazione li segue come li segue il direttore: perché quella è l’autorità misteriosa di chi sa fare il giornale con le mani, in una logica binaria che sceglie continuamente la notizia che deve stare dentro e quella che rimarrà fuori, senza mai perdere il sentimento generale del giornale che si sta componendo, e che ogni giorno è diverso pur essendo uguale a se stesso.

Massimo era tutto questo come se fosse predestinato, costruito esattamente per quel mestiere.

Come tutti, lo sapeva e cercava di sfuggire attraverso la letteratura, i personaggi di Bukowski e forse alla fine proprio Bukowski come personaggio, i play teatrali che scriveva, la conquista dell’America che inseguiva. Ma il suo centro di gravità naturale restava quella stanza di “Repubblica” al settimo piano, quella sedia d’angolo, quel “timone” davanti agli occhi con tutte le pagine in fila da riempire, i colleghi che entravano, uscivano, riconoscevano i difetti impazienti della giovane età e li scusavano con il pregio impagabile di una guida solida, sicura, che sapeva fare le scelte, e sapeva spiegare perché.

Raggiunta l’America, Massimo forse ha perso proprio quel centro di gravità, o forse come dice Simona ha perso l’orizzonte. Si smarriva, si cercava, s’inseguiva. Com’era previsto è tornato al suo posto, perché il talento lo reclamava lì, poi Maurizio Molinari gli ha proposto la vice direzione della “Stampa”, ed è cominciata l’avventura a Torino.

Quando era a Roma passava da noi come chi ritorna a casa, accarezzava con lo sguardo le scrivanie, sembrava ogni volta pronto a cominciare la riunione. Forse la solitudine stava vincendo, rubando spazi al lavoro. Forse ricomporre quel che si era spezzato dentro risultava ormai più difficile che costruire le pagine del giornale, organizzarle, curarle fino all’ultima didascalia, prima di licenziarle, appoggiandosi finalmente allo schienale della sedia alla fine, guardando l’ora e avvertendo a quel punto lo sforzo collettivo dell’impresa.

E invece anche in lui che si pensava invulnerabile, e che sembrava non sentire mai la fatica del lavoro, si è fatta strada la fatica di vivere. Il corpo ha ceduto quando forse aveva ceduto la volontà, prima ambiziosa, poi orgogliosa, quindi insicura, infine smarrita.

Il continuo inseguimento col lavoro vedeva ormai aumentare le distanze, anche il giornale adesso sembrava sfuggire, con le ragioni di una vita. Finché tutto si rinchiude in un letto d’ospedale, senza neanche sapere che i colleghi in redazione chiedono continuamente notizie e scuotono la testa. Non ce lo siamo mai detti, Massimo, perché non si andava oltre la stretta di mano ogni mattina: ma noi ti vogliamo bene, quella sedia è tua.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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