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Coronavirus, la volontaria: “Ho risposto al bando, sono tornata in corsia e non mi sono pentita”

Milano — A fine giornata, per un momento, l’ha pensato. Si è guardata allo specchio esausta, con la bocca asciutta di sete, la pipì che tratteneva da ore, la testa piena di occhi e mani e corpi che faticavano a respirare e chiedevano aiuto a lei, catapultata all’improvviso in quella realtà surreale. «Per un istante mi sono chiesta: chi me l’ha fatto fare?». Claudia Galmozzi è uno dei medici volontari che hanno partecipato al bando regionale per dare ossigeno alle corsie lombarde, travolte dall’emergenza coronavirus. Quarantacinque anni, mamma di due bambine, la trincea per lei è stata una scelta. Sabato è stato il suo battesimo del fuoco al San Gerardo di Monza. Reparto Covid-19.

Claudia, cosa l’ha portata lì?«Ho fatto la rianimatrice in corsia per anni. Un lavoro che amavo tantissimo dai ritmi duri. Poi sono arrivate le mie figlie. E come tante donne ho dovuto fare una scelta. Mi sono licenziata dall’ospedale e ho iniziato a fare la terapista del dolore con orari a misura di bambini».

Eppure oggi è stata lei a candidarsi per la prima linea. Una decisione ancora più complicata per una mamma.«È stato un pensiero naturale. Ho visto quelle immagini raccapriccianti, quei volti di colleghi sfiniti. C’è bisogno anche di me. Se crede che sia una scelta coraggiosa si sbaglia. Se sei un medico ragioni così. E in questi reparti è pieno di medici con figli».

Suo marito cosa le ha detto?« “Sei matta, non se ne parla”, mi ha risposto a caldo. Chi non lo capirebbe? Con due figlie da gestire, le preoccupazioni che immagina. Poi all’improvviso, mentre l’epidemia dilagava, mi ha presa da parte: “Vai, se lo senti. Sono orgoglioso di te”».

Perché è arrivata al San Gerardo?«Quel giorno ho parlato con una mia amica: Giovanna Iannantuoni, è la rettrice della Bicocca. “Partecipa al bando — mi ha detto — c’è bisogno di gente come te come l’aria, anche nel nostro ospedale universitario”. L’ho fatto, mi hanno chiamata poco dopo. La mattina seguente indossavo già lo scafandro».

Ci racconti l’impatto con quel reparto, Claudia. Come si è sentita?«Sgomenta. Per le condizioni in cui ti trovi a ricominciare. Perché bisogna occuparsi di tantissime vite in contemporanea e non hai nemmeno il tempo di organizzare i pensieri. E poi ci sono immagini che porti con te per ore».

Quali?«Ricoveriamo famiglie intere. Mamme anziane insieme ai figli. Mogli e mariti. Difficilmente riescono ad avere notizie gli uni degli altri. E allora ti guardano, ti chiedono anche solo con gli occhi».

“Chi me l’ha fatto fare”, ha detto. Si è pentita?«Per nulla. Mi ero appena sfilata la tuta per la prima volta. Ero stanca, affamata, provata. È durato poco, ma è un sentimento così umano».

Le sue figlie cosa le dicono? Per loro non ha paura?«La grande ha quindici anni, le ho spiegato tutto quello che vivo. La piccola ne ha otto, non chiede molto, dice che le manco. Se ho paura? Sono protetta. Ma quando torno a casa ho solo voglia di abbracciarle. E sa quant’è dura dirmi che non devo?»


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/cronaca/rss2.0.xml


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