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Università, assegnisti di ricerca: soltanto 1 su dieci ce la fa

ROMA – L’Italia butta 14 miliardi di euro ogni anno per formare talenti che poi accompagna alla frontiera: spenderanno altrove conoscenze affinate da scuole e università nazionali. Il motivo principe per cui i talenti, a volte anche i semi-talenti, se ne vanno all’estero è che qui non li assumiamo. Al netto dei molti concorsi profilati dell’università italiana e dei bandi con tutoraggio sindacale del Cnr, il sistema dell’alta formazione assume poco e niente.

Un’indagine dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia (Adi) rivela questo: dei 13.029 assegnisti che oggi lavorano in un ateneo statale con un dottorato alle spalle – parliamo di ricercatori pagati per un periodo da uno a tre anni, contratto rinnovabile una volta – solo il 9,5 per cento troverà una collocazione a tempo indeterminato all’interno di una delle sessantacinque università statali del Paese. Entrerà in maniera definitiva nel sistema accademico. Sarà un professore associato, di fatto, visto che i ricercatori a tempo indeterminato la Legge Gelmini li ha semplicemente aboliti.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/scuola_e_universita/rss2.0.xml


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