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Rapporto Oxfam: “I poveri non terminano la scuola”

ROMA – Dice l’organizzazione Oxfam, che per scelta e per statuto, che i bambini nati in famiglie povere hanno sette volte meno probabilità di terminare la scuola rispetto ai figli dei ricchi. Lo sguardo di Oxfam è internazionale e puntato, al solito, sul Sud del mondo. L’ultimo report sull’educazione mette in luce un quadro preoccupante sulla disparità nell’accesso alle opportunità formative. In Pakistan – uno dei Paesi più disuguali al mondo e con livelli bassissimi in spesa pubblica per l’istruzione” – 24 milioni di bambini non vanno a scuola (gli under 15 nel Paese sono 70 milioni, un terzo dei suoi abitanti).

Negli Stati africani del Malawi, Burkina Faso, Madagascar, Lesotho e Senegal più della metà della spesa in istruzione stanziata dai rispettivi governi va a beneficio del 10 per cento più ricco della popolazione. Nel resto del mondo – secondo stime Unesco – oltre 330 milioni di bambini, pur andando a scuola, non riescono a sviluppare competenze di base minime. Oxfam calcola che l’investimento dei singoli Paesi in education dovrebbero essere pari al 6 per cento del Prodotto interno lordo. In questo modo l’istruzione pubblica di qualità potrebbe essere gratuita per tutti i bambini e la formazione degli insegnanti adeguata.

Grazie alla creazione di sistemi fiscali più equi alcuni governi del Sud del mondo hanno ottenuto risultati notevoli: l’Etiopia tra il 2005 e il 2015 è diventata il quinto investitore al mondo in istruzione (sempre in rapporto con il Pil) garantendo l’accesso a scuola a 15 milioni di bambini in più. L’Ecuador ha triplicato la propria spesa educativa tra il 2003 e il 2010.  

In Occidente un gap del 15 per centoAnche nei Paesi occidentali e in quelli emergenti le disuguaglianze scolastiche si sentono, in questa fase storica, con acutezza. In questa area solo il 75 per cento dei ragazzi nati in famiglie con reddito basso termina le scuole superiori contro il 90 per cento dei figli delle famiglie più abbienti. La situazione generale mostra un filo rosso che attraversa e accomuna tutte le nazioni: gli investimenti inadeguati nell’istruzione pubblica e gratuita.  Areta Sobieraj, responsabile dell’Ufficio educazione di Oxfam Italia, scrive: “La spesa pubblica per l’istruzione si concentra nelle aree ricche a discapito di quelle povere, dove le scuole sono sovraffollate, prive di insegnanti qualificati, libri scolastici e anche semplicemente di servizi igienici. L’investimento in istruzione pubblica di qualità ha dimostrato, invece, di essere la leva più efficace per ridurre le disuguaglianze e costruire società più eque che sfruttano al massimo i talenti e il potenziale di tutti i bambini”.In Italia torna a crescere la dispersione scolasticaIn Italia, dove la spesa in educazione è pari al 4 per cento del Pil contro il 4,9 della media europea, è ripreso a crescere dopo anni di riduzione (Oxfam cita dati Eurostat). Nell’anno scolastico 2017-2018 il 14,5 per cento dei ragazzi tra 15 e 24 anni è in possesso della sola licenza media, dato in crescita dello 0,7 per cento e che ci porta ad essere il quarto Paese europeo per abbandoni dopo Malta, Spagna e Romania. E se nel Nord-Ovest italiano il tasso di dispersione è dell’11,7 per cento, nel Sud è del 18,5 per cento. La media europea è al 10. La quota istruzione sulla spesa pubblica in Italia è passata dal 9,1 per cento del 2008 al 7,9 per cento del 2015 (9,6 in Germania e Francia). In Italia il 26 per cento dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 29 anni non studia e non lavora (sono i Neet): il doppio dell’area Ocse.

Oxfam si appello al neonato governo italiano. Così: “E’ fondamentale che il nuovo esecutivo ponga al centro della propria azione maggiori e più efficaci investimenti nell’istruzione pubblica con l’obiettivo di contrastare la dispersione scolastica e la povertà educativa, le disuguaglianze tra regioni ricche e povere. Accogliamo con favore le prime dichiarazioni del nuovo ministro dell’Istruzione, Lorenzo Fioramonti, rispetto alla necessità di aumentare l’investimento in ambito educativo. Queste risorse andranno investite, in modo coordinato, nella qualificazione degli insegnanti, in politiche di pre-scolarizzazione efficaci, in innovazione didattica, per un orientamento scolastico tra un ciclo di studi e l’altro che faciliti la riduzione del numero degli studenti respinti nei primi anni delle superiori”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/scuola_e_universita/rss2.0.xml


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