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La Cassazione ferma i super-risarcimenti ai medici specializzandi

ROMA – La Corte di Cassazione mette un punto sulla vicenda dei medici specializzandi utilizzati in corsia e non retribuiti. Negli ultimi anni ci sono stati rimborsi milionari da parte dello Stato, ma adesso i giudici di ultima istanza – partendo da una vicenda riguardante 35 clinici modenesi – ha sancito che l’attività ospedaliera degli specializzandi non è “lavorativa”, ma “formativa”. Un precedente giurisprudenziale importante.

La causa giunta in terzo grado era stata avanzata dodici anni fa da trentacinque medici, oggi tutti in attività: avviarono prima una protesta al Policlinico di Modena e nell’ospedale di Baggiovara: professionisti in formazione, erano loro richiesti lavori in supplenza degli strutturati. Con paghe al minimo. Nel 2007 il gruppo si è rivolto al Tribunale del Lavoro chiedendo quali fossero i limiti dell’attività ospedaliera. Dopo una prima sentenza favorevole, nel 2016 il Tribunale di Bologna, in Appello, ha bocciato le richieste. Di qui il ricorso in Cassazione contro Stato, Regione e l’Università di Modena e Reggio, datore di lavoro. Richiedeva, il ricorso finale, “un accertamento del rapporto di lavoro subordinato di formazione e lavoro e la condanna al pagamento di una remunerazione diversa (e superiore) rispetto a quella percepita in base al decreto legge del 1991”.

I trentacinque medici hanno contestato che il pagamento avvenisse attraverso la forma del rimborso spese “quando l’attività richiesta è la stessa dei medici inquadrati a tempo pieno nel Serviizio sanitario nazionale”. E l’assegno non conosceva aumenti annuali basati sul costo della vita. La Corte suprema ha rigettato il ricorso, confermando il giudizio in appello: lo specializzando, hanno scritto i giudici, non svolge un’attività subordinata e non è inquadrabile neanche come lavoratore autonomo, “ma costituisce una particolare ipotesi di contratto formazione-lavoro oggetto di una specifica disciplina”. L’assegno dello specializzando serve solo “a sopperire alle esigenze materiali per l’impegno a tempo pieno nella formazione”. Non può essere, quindi, uno stipendio per le attività svolte, “che non sono rivolte a vantaggio dell’Università, ma alla formazione teorica e pratica e al conseguimento di un titolo abilitante”. Ancora: “Non esiste una differenza di trattamento tra gli specializzandi delle diverse università italiane e neanche europee, per questo non è previsto neppure un aumento dovuto all’indice Istat”. L’aspetto economico è deciso di volta in volta dalle manovre economiche di governo.

Il sindacato che più si è impegnato sulla questione “stipendi agli specializzandi” è stato Consulcesi che, occupandosi degli studenti-medici in corsia tra il 1978 e il 2006, ha via via ottenuto rimborsi numerosi e consistenti (ad oggi 530 milioni). Solo nel 2018 lo Stato ha rimborsato 48 milioni di euro, di cui 9 nel Lazio e 7 in Lombardia. Queste cifre hanno premiato 1.521 medici. in tutto il Paese sono, fin qui, 56 mila e il sindacato arriva a ipotizzare un rischio esborso pubblico pari a 10 miliardi. “Ormai lo stipendio arretrato viene riconoscuto come un diritto consolidato da parte dei tribunali italiani”, ha detto Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi, “siamo pronti a intraprendere nuove cause”. Adesso, però, lo stop della Cassazione sul caso Modena potrebbe avere ripercussioni sulle prossime sentenze dei tribunali ordinari.  

La Cassazione a inizio 2019 aveva escluso dai rimborsi un blocco di specializzandi in ospedale tra il 1978 e il 1982. Consulcesi aveva contrapposto una sentenza della Corte di Giustizia europea favorevole allo “stipendio” per i medici in formazione.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/scuola_e_universita/rss2.0.xml


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