Dal 2001 nel Mediterraneo decine di capodogli morti per i rifiuti

Un capodoglio di medie dimensioni si spiaggia. Un episodio purtroppo ricorrente, in tutti i continenti, che, talvolta, non viene neppure riportato o finisce nelle cronache locali. Non è stato così per l’esemplare, una femmina matura di quasi 8 metri, spiaggiato a Cala Romantica presso Porto Cervo, nella Sardegna nord orientale, lo scorso 28 marzo. Stavolta, a fare il giro del mondo non sono stati i panorami mozzafiato della Costa Smeralda, ma la notizia di quel cetaceo privo di vita.  Ha colpito in particolare ciò che aveva in pancia, ovvero 22 kg di rifiuti ingeriti ed un feto di oltre 2 metri in decomposizione, probabilmente abortito.

Considerato che le femmine della specie Physeter macrocephalus raggiungono la maturità sessuale proprio intorno agli 8 metri di lunghezza, per quell’esemplare potrebbe essersi trattato della prima gravidanza. “Una femmina di capodoglio è matura sessualmente non prima di 7-8 anni d’età, la gestazione dura circa 14-15 mesi e nasce un solo piccolo per volta. Ciclo che si ripete ogni 3-6 anni.

“Queste tempistiche ci fanno capire quanto questo spiaggiamento rappresenti un enorme danno per questa specie, che nel mar Mediterraneo è stata classificata

dalla IUCN a rischio di estinzione e risulta isolata geneticamente dalle popolazioni atlantiche”, ha spiegato Mattia Leone, vicepresidente dell’associazione Seame Sardinia, intervenuta insieme a biologi e ricercatori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Sassari e del CERT dell’Università di Padova al recupero della carcassa, poi trasportata in Veneto per studi approfonditi, nel tentativo di capire le cause del decesso. Su cui può aver avuto un ruolo determinante l’ammasso di rifiuti ingeriti, potenzialmente in grado di occludere le vie digestive e indurre una falsa sensazione di sazietà tali da portare al deperimento, o provocare lesioni ed infiammazioni all’apparato digerente letali.

La femmina di capodoglio trovata morta a Porto Cervo

Il “finto cibo”, era costituito da attrezzi da pesca (reti, cavi e lenze), buste e oggetti di plastica di vario tipo, tra cui piatti, imballaggi di detersivi e tubi corrugati. Non è la prima volta che un simile campionario della vergogna viene trovato nello stomaco di capodogli spiaggiati sulle coste del Mediterraneo.

Tra i casi più rilevanti, ci sono quelli spagnoli del febbraio 2018 a Capo Palos, a sud di Murcia (trovati 29 kg di plastiche, bustoni della spazzatura e rifiuti vari) e del marzo 2012 a sud di Granada (ingeriti quasi 10 kg di rifiuti, formanti una superficie “plastica” di 30 metri quadri). O quelli greci, nell’aprile 2018 nell’isola di Santorini (un esemplare di 9 metri aveva ingerito 30 kg di plastica) e nel 2006, nell’isola greca di Mykonos (un giovane capodoglio con un centinaio di buste in pancia, di cui una proveniente da un kebab shop, distante oltre 500 miglia dal luogo dello spiaggiamento).

Secondo il , dal 2001, nove dei 24 capodogli trovati morti nelle acque elleniche avevano quantità di plastica e rifiuti nei loro stomaci tali da averne indotto il decesso. Inoltre, anche se la causa della morte dei 7 capodogli spiaggiati sul Gargano, a Peschici nel 2009 (considerato il più grave spiaggiamento di massa nel Mediterraneo), non è stata attribuita all’ingestione di rifiuti, negli stomaci degli esemplari esaminati dai ricercatori c’erano buste di plastica, cordame, attrezzi da pesca e contenitori di vari material

Anche nello spiaggiamento di massa del 2014, sulla costa adriatica di Vasto, una delle tre femmine morte aveva in pancia un chilo e mezzo di buste ed altri oggetti, oltre ad un feto di circa un metro.

Plastica e nylon erano presenti anche nello stomaco di “Leopoldo”, nome dato al capodoglio di 8 metri arenatosi la vigilia di Natale scorso ad Ischia. Le ripetute segnalazioni, confermano la triste realtà che i rifiuti e gli oggetti alla deriva prodotti dall’uomo fanno ormai parte della dieta dei grandi cetacei, che li scambiano per prede o cibo naturale.

Parte del contenuto di plastiche tovato nello stomaco del cetaceo

Il forte impatto mediatico che stanno avendo queste notizie, se da un lato rendono evidente un palese degrado ambientale, dall’altro stimolano la necessità di interventi e comportamenti che possano contrastare un fenomeno ad oggi incontrollato e di portata planetaria.

Dopo il caso di Porto Cervo, si moltiplicano i comuni sardi che hanno adottato o adotteranno provvedimenti “plastic free”, vietando l’utilizzo di prodotti in plastica di uso comune (dalle buste ai piatti ai bicchieri) che non siano biodegradabili, in linea con , che dovrà essere recepita dagli stati membri. In aumento anche le giornate ecologiche, che vedono impegnati cittadini di tutte le età a raccogliere i rifiuti portati dal mare sui litorali.

E l’Anci Sardegna, l’associazione che raccoglie i Comuni sardi, ha chiesto di inserire il divieto di utilizzo di prodotti in plastica monouso nella prossima ordinanza balneare regionale. Mentre l’isola di San Pietro, da giugno diverrà anch’essa “plastic free”, adottando il trend seguito in altre isole minori italiane, a partire dalle Tremiti l’anno scorso. Ma, come chiaramente rivelato dall’analisi dei contenuti stomacali dei capodogli analizzati (compreso quello di Porto Cervo), occorre agire contestualmente sulla pesca illegale e selvaggia e sul recupero degli attrezzi abbandonati, in particolare reti e lenze, vere e proprie insidie alla deriva che, se non intrappolano gli animali, aggrovigliano altri rifiuti e vengono ingeriti dai grandi odontoceti.

Lo stomaco del capodoglio

In proposito, la Regione Sardegna, anticipando i dettami del recente disegno di legge “Salva mare” promosso dal Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, ha avviato un bando comunitario (P.O. 2014-2020 del Feamp) finalizzato alla pesca come attività sostenibile, dove i pescatori possono raccogliere i rifiuti trovati durante le uscite in mare (tra cui attrezzi da pesca fuori uso), dietro incentivi economici. Tra le azioni previste, il recupero degli oggetti finiti nelle reti a strascico e l’installazione nei porti di sistemi per lo stoccaggio ed il riciclaggio dei rifiuti “pescati” in mare, attività che il ddl “Salva mare” ha reso lecita. Sono stati finanziati tre progetti, presentati dall’Università di Cagliari, dall’ISPRA e dall’AMP di Capo Caccia – Isola Piana, per un ammontare complessivo di un milione e 176 mila euro.
 


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/

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