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Adotta un banco

Caro direttore,la scuola, insieme alla famiglia, è il luogo principale per la costruzione della persona. Un’occasione, la prima e per molti l’unica, d’incontrare e definire parole nuove: Stato, pubblico e cittadino. 

Le famiglie aiutano a conoscere il privato, la proprietà e la tutela del proprio bene. Anche nelle condizioni meno agiate le nostre case rincorrono un decoro che si arresta, però, ai confini della nostra sovranità domestica. La scuola, invece, spesso, insegna a disprezzare il pubblico mostrandolo orfano, mostrando che ciò che è di tutti, ciò che non è mio, è di nessuno.

L’immagine dell’edificio che ospita i bambini, le classi e tutto l’universo di elementi che li accolgono, concorrono a descrivere un’idea che si stamperà, viva, nel loro immaginario: pubblico è sinonimo di abbandono. In un’epoca generosa d’impegni e proclami, ma fragile e incerta di soluzioni, molti anni fa, avevo immaginato di definire un luogo facile, evidente e simbolico, intorno al quale spiegare un’azione: adotta il banco.

Il banco sarebbe diventato così il perimetro delle responsabilità, il contratto del cittadino-studente con il suo formatore, l’accordo che descriveva la sua partecipazione individuale all’uso e alla tutela del pubblico.Circoscrivere l’idea di Stato e di pubblico nel banco, onorandolo di una targhetta, di un’appartenenza, sintesi di un’intesa tra cittadino e Stato. Il banco avrebbe avuto un nome: quello del suo “conduttore” studente, giovane cittadino. 

Mia figlia Margherita avrebbe ricevuto il suo banco in prima elementare e nella difesa, tutela, pulizia di quel pezzo di legno e formica sarebbe nato il suo rapporto con lo Stato, il suo voto di educazione civica, il rispetto dell’oggetto ricevuto in cambio di quello che un giorno avrebbe capito essere stato frutto di un’altra alleanza: quel banco era in parte suo; lo avevano acquistato i suoi genitori con le tasse versate alla nazione. E alla fine dell’anno Margherita, con i suoi compagni, avrebbe onorato il secondo patto: riconsegnare il bene pubblico collettivo, la classe, nelle condizioni in cui le era stata affidata. 

Cominciai a pensare a questa iniziativa nel 1989. Continuai a scriverne nel 2001, per la prima elementare della mia prima figlia; rinunciai a pensarlo, dieci anni dopo, per la seconda, Olimpia. Si trattava di cose minime, cose piccole che avrebbero vanificato, speravo, la suggestione di “ritrovare” l’ordine con percorsi estremi, forti ed emotivi. Le solite scorciatoie che nella storia, storicamente, allungano il cammino dell’uomo.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/scuola_e_universita/rss2.0.xml


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