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Abruzzo, l'università di Teramo fa lo sconto: ma solo ai dipendenti regionali e ai loro familiari

ROMA  – I figli dei dipendenti della Regione Abruzzo pagheranno un terzo della retta iscrivendosi all’Università di Teramo. Con un accordo di altre stagioni politiche, il presidente della Regione Abruzzo, , già professore di Estetica alla di Vincenzo Scotti, accontenta il pubblico di casa e permette a un ateneo situato in un’area economicamente difficile di prendere qualche matricola in  più.

La convenzione, firmata “per favorire la formazione del personale regionale attraverso l’iscrizione ai corsi di laurea attivi”, durerà cinque anni e si rivolge, con mano larga, sia ai dipendenti della Regione in servizio che a quelli in pensione, ai loro coniugi e conviventi, ai loro figli, ovviamente. La riduzione delle tasse varrà se lo studente agevolato conseguirà almeno 36 crediti formativi l’anno, 18 crediti se è studente lavoratore. Non dovrà mai andare fuori corso. 

Sinistra italiana farà un’interrogazione al ministro dell’Istruzione e dell’università, Lorenzo Fioramonti. Scrive la segreteria abruzzese: “Il governatore Marsilio, anziché attivarsi per garantire il diritto allo studio finanziando maggiormente le borse di studio, sostenendo le università abruzzesi e aggiornando la legge regionale ferma al 1978, promuove una misura elitaria rivolta unicamente ai dipendenti della Regione e a un unico ateneo regionale”. Ancora: “È una norma inaccettabile, un beneficio ingiusto e incomprensibile che ricade sulla fiscalità generale e per questo palesemente incostituzionale. Tutti devono poter accedere ai massimi livelli d’istruzione, a parità di condizioni”.

Critiche ancora più feroci sono arrivate a Marsilio dal suo partito. Il consigliere comunale dell’Aquila Daniele D’Angelo, Fratelli d’Italia come il governatore, ha scritto su Facebook: “La nuova classe dirigente dovrà essere formata solo da figli e parenti dei dipendenti regionali? Vergognatevi. Applichiamo uno sconto del 15 per cento per cento delle tasse universitarie a tutti, a partire da quelli che lasciano gli studi perché le famiglie non possono permetterselo, e non il 30 per cento a chi ha già uno stipendio sicuro”.


Fonte: http://www.repubblica.it/rss/scuola_e_universita/rss2.0.xml


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