Via libera del Senato: ecco come funziona la nuova class action

Farsi risarcire dai grandi gruppi che forniscono servizi di pubblica utilità potrebbe essere più semplice. La nuova class action contenuta nel è realtà. E potrebbe avere più successo di quella che l’Italia ha avuto finora: un’impresa non troppo difficile visto che negli ultimi anni sono pochissime le azioni collettive che hanno avuto successo, e su tutte.  

Non solo clienti. Anzitutto la novità più importante: dal Codice del Consumo lo strumento ora si sposta nell’ambito del Codice Civile. In questo modo si amplia di molto la platea delle persone che possono intraprendere l’azione legale: “Prima, per poter partecipare, bisognava dimostrare di aver acquistato il prodotto o il servizio – spiega Domenico Romito, fondatore di Avvocati dei Consumatori ed esperto per Repubblica Diritti & Consumi – ora non bisognerà più essere per forza clienti per adire la causa”.

Significa che potranno agire non solo i singoli cittadini, a volte poco informati sulle possibilità offerte dalla legge, ma anche organizzazioni o associazioni senza scopo di lucro che, per statuto, si occupano di tutelare gli interessi via via danneggiati (ad esempio i comitati dei risparmiatori truffati da una banca). Una volta sgomberato il campo dall’equivoco, ecco che finalmente l’azione di classe potrà riguardare anche la responsabilità extracontrattuale delle società. Finora infatti le aziende avevano vita facile: spesso bastava attaccarsi a cavilli previsti nei contratti (che molti consumatori firmano al buio) per mandare a gambe all’aria tutto.

Si potrà fare causa alle “imprese o enti gestori di servizi pubblici o di pubblica utilità”, recita la legge: “Anche qui la platea dei soggetti è stata notevolmente ampliata”, commenta Romito. Così com’è articolata, però, la nuova class action continua ad essere difficilmente applicabile ai giganti privati della Rete e ai produttori di smartphone, elettrodomestici o software, ad esempio. Resta il fatto che un’azione già intentata ma senza successo non potrà più essere riproposta.

Mi unisco più tardi. “Armiamoci e partite”, è lo slogan di chi sostiene una battaglia ma non ha voglia di prendervi parte. Ebbene la nuova class action sta anche dalla parte di chi non intraprende la causa ma si unisce nel momento in cui il giudice dà ragione ai consumatori. Si tratta di un espediente che compensa un problema storico delle azioni di classe: come si fa a informare tutti i potenziali aventi diritto? Servirebbero campagne pubblicitarie molto costose. Ma l’onere di pubblicizzare l’azione legale, anche con la nuova legge, rimane in capo al soggetto che propone la causa. In compenso, però, la consulenza tecnica di ufficio – se disposta dal Tribunale – è a carico della società convenuta e non delle parti.

Ammissibilità, il problema resta. Secondo l’esperto resta irrisolto uno dei principali nodi della precedente class action: la maggior parte delle volte le cause venivano subito bloccate dal giudice che le riteneva inammissibili perché i diritti lesi non erano ritenuti omogenei. “La nuova legge non ha fornito criteri vincolanti per i giudici”, dice Romito, che fa un esempio di cosa potrebbe succedere: “Pensiamo ai risparmiatori che vogliono agire contro una banca: se vantano crediti di importo differente, maturati in epoche diverse, i loro diritti potrebbero essere ritenuti non omogenei”.

Niente Erin Brockovich all’italiana. È negli Stati Uniti che la class action ha avuto più successo. Le colossali multe inflitte a giganti ritenuti imbattibili hanno fatto notizia anche in Europa. L’attivista Erin Brockovich riuscì a far pagare 333 milioni di dollari alla Pacific Gas & Electric per aver inquinato le acque della città di Hinkley, in California. La sua storia diventò un film interpretato da Julia Roberts. Ma queste maxi multe derivano, quasi sempre, dal “danno punitivo” che si aggiunge al risarcimento delle parti lese: una specie di castigo che i tribunali Usa infliggono alle società come ulteriore deterrente.

Tutto questo in Italia non c’è e “questo aspetto resta carente anche nella nuova legge”, lamenta Romito. Con la precedente normativa, “le rare sentenze hanno spesso quantificato in modo irrisorio il danno in favore dei soggetti che hanno agito”. Il risultato? “Le grandi aziende, sicure di restare impunite reiteravano la loro posizione di forza in danno dell’utente come nel caso delle compagnie telefoniche che hanno continuato a fatturare a 28 giorni fino all’intervento coattivo e risolutivo che ha fatto cessare l’abuso”.


Fonte: http://www.repubblica.it/economia

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