Moltrasio: “Ubi laboratorio di governance, sulle fusioni meglio guardare in Germania”

Dopo sei anni da presidente Andrea Moltrasio, imprenditore prestato prima a Confindustria (da vice) poi a Ubi banca, lascia “il più grande laboratorio di governance dell’industria bancaria europea”: anche se non tutte le ciambelle vengono col buco, vedi l’assenza della lista di minoranza per il nuovo cda unico e la multa da 1,2 milioni di Bankitalia sull’antiriciclaggio. Torna a seguire la sua Icro che fa vernici per legno e plastica. Quel laboratorio, che lascia nelle mani di Letizia Moratti, deve ora “passare dal timoniere allo skipper”, per cercarsi nuove rotte. Probabilmente con altre fusioni: ma all’ingegnere bergamasco non piacciono quelle basate sulla taglia: “Si deve capire la direzione strategica. Di mio punterei su Fintech e banche specializzate, ma adesso torno al mestiere di famiglia”.

Non è esagerato dire che un’ex popolare di media taglia tra Bergamo e Brescia sia stata pioniera europea nella governance?“Sei anni fa Banca d’Italia dopo un’ispezione ci fece rilievi sul funzionamento del duale: quella lettera fu un pungolo per rivoluzionare la banca. Da allora, con passi graduali, Ubi è stata la prima popolare a dare peso ai soci del mercato, ad anticipare i criteri di professionalità e limiti di età e di mandato del board, a introdurre una policy sui conflitti di interesse, con criteri molto più rigorosi della normativa che limitano a 30mila euro i finanziamenti di Ubi a chi siede nel cda, e a 500mila i  mutui. Ci è stato possibile anche per lo schermo della gestione di Victor Massiah che, assicurando solidità patrimoniale e un miliardo di utili nel decennio, ci ha consentito di concentrarci sulla governance mentre tante rivali dovevano arginare i cattivi crediti. Ora entriamo nel sistema monistico, che incorpora i controlli e caratterizza le banche estere più evolute”.Tante buone pratiche però non hanno evitato la fresca sanzione di Bankitalia da 1,2 milioni a Ubi per ‘carenze in materia di collaborazione attiva e modalità di segnalazione’ sull’antiriciclaggio, e in passato l’imputazione dell’intero vertice con accuse di patto occulto per controllare Ubi. Come lo spiega?“Sono stato colpito negativamente dalla sanzione poiché il Cds, che si è occupato dell’impianto dell’antiriclaggio s’è impegnato molto per rafforzarne i presidi. Tra 2013 e 2018 Ubi ha investito 15 milioni dedicando 12.515 giorni uomo per formare 18.789 dipendenti, e attivando un percorso di certificazione. A fronte di questo impegno stiamo valutando se ricorrere in Corte d’appello. Quanto al dibattimento, ci sono udienze settimanali: i commenti li farò lì. Dico solo che a luglio 2014 ho svolto i rilievi dell’accusa in una memoria, recepita dalla Corte d’appello di Brescia che s’è pronunciata nel civile a favore di Ubi. Sono molto fiducioso che in tribunale la questione si chiarirà. Pensi, di recente ero Francoforte in Bce a illustrare le modifiche di governance di Ubi, e alla fine mi hanno detto: thanks for youropenness and ethics. Eppure mi trovo a processo per ostacolo alla vigilanza”.

Un altro smacco è la mancanza della lista dei fondi per il nuovo cda di Ubi. Come potrà la nuova governance funzionare dato che il presidente del Comitato interno di controllo sarà scelto tra i ‘controllati’ della lista del patto tra soci storici?“Il voto di lista per chi adotta il sistema monistico prevede che ciascuna lista presentata dai soci contenga sia candidati per la carica di ‘controllore’, sia di ‘controllato’. Detto ciò, sarebbe indubbiamente stato meglio che fosse stata presentata una seconda lista, che avrebbe consentito di comporre i futuri organi sociali con rappresentanze di entrambe le liste in base ai voti ottenuti in assemblea. Come sempre tutto dipenderà dall’indipendenza di giudizio degli amministratori, in cui si deve sempre confidare”.

Per molti Ubi dovrebbe crescere di taglia, per aumentare gli utili rispetto ai costi. Le piacciono i dossier ricorrenti Mps e Banco-Bpm?“Premetto che a me le fusioni per fare sinergie non dispiacciono affatto: Ubi nel 2007 aveva 54 realtà giuridiche, oggi 15 (e sei imbarcate dalle tre banche ponte rilevate nel 2017). Detto questo parlare di dimensioni come dell’unica variabile strategica può offuscare gli elementi distintivi dell’azienda-banca. Ci sono banche più piccole di noi che fanno più utili, perché hanno identità molto forti. Se per assurdo unissimo Ubi con Mps, Banco Bpm, Bper, avremmo un gruppo da 9 miliardi in Borsa, contro 38 di Intesa Sanpaolo. Forse sarebbe meglio, per ipotesi, usare le radici profonde di Ubi nelle manifatture di Bergamo e Brescia – un polo di subfornitura alla Germania – per unirsi a una banca tedesca, rafforzando i servizi all’export. O comprarsi una banca piccola e focalizzata, magari nel Fintech che avanza e che, essendo Ubi snella, integreremmo meglio di altri”.

Quindi la fusione Deutsche Bank-Commerzbank non le piace?“Noto due cose: una che si tratta di un’esigenza del sistema, per trovare un assetto nuovo. L’altra che si parla di lasciare a casa 30mila persone, e questo come operatore mi preoccupa. Già i multipli depressi a cui trattano le due banche mostrano, tra l’altro, che non è la dimensione a fare la differenza, è l’identità”.

Come vede l’Italia di oggi?“Attraversa un periodo molto difficile e sono preoccupato da tante cose. La prima è che la competenza, come metodo razionale e oggettivo di affrontare i problemi, non sia più al centro dell’attenzione. La seconda è che il dibattito politico e il dialogo sono davvero miseri, con un impoverimento generale della società non arginato dal rilancio di formazione ed educazione. Anche il governo mi pare tenda ad agevolare forme di rendita di varia natura, per chi ha molte risorse e per chi ne ha meno, anziché sviluppare la professionalità. E’ un ambito in cui fatico a identificarmi”.

Nel suo futuro cosa c’è?“Torno a fare l’imprenditore, punto. La scelta di non ricandidarmi in Ubi si basa sul fatto che credo nella rotazione, anche se nel mondo bancario è credenza poco diffusa. Non mi verranno meno passione civica e interesse nel bene comune, ma dopo anni di incarichi torno con nuove idee per sviluppare l’impresa”.


Fonte: http://www.repubblica.it/economia

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