“Dall’Italia rischi per l’eurozona”. Anche l’Fmi taglia 

La crescita italiana rallenta, scivolando sull’orlo della recessione, e i problemi del nostro paese sono «un possibile fattore scatenante» del contagio nell’eurozona e nel mondo. La frenata è globale, però in Italia è più forte e dipende da fattori specifici, che se non verranno affrontati aumenteranno i rischi per tutti. E’ il giudizio contenuto nel World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, presentato ieri a Washington in vista degli Spring Meetings in programma da venerdì.

Secondo le stime dell’Fmi sull’Italia, dopo lo +0,9% del 2018, il pil nel 2019 crescerà dello 0,1%, cioè 0,5 punti percentuali in meno rispetto alle previsioni di gennaio, e 0,9 in meno rispetto a quelle dell’ottobre 2018. Per il 2020, la crescita dovrebbe restare invariata a +0,9%. La revisione al ribasso è stata motivata dalla «debole domanda interna, mentre i rendimenti restano elevati».

Nel 2019 il debito pubblico salirà al 133,4%, dal 132,1% dell’anno scorso, mentre nel 2020 toccherà il 134,1% del pil, e nel 2024 il il 138,5%. Il deficit aumenterà al 2,7%, rispetto al 2,1% del 2018; nel 2020 salirà al 3,4% del pil, e nel 2024 al 3,8%.

Il Fondo lancia l’allarme, perché «una prolungata incertezza di bilancio e gli elevati spread in Italia, soprattutto se associati a una più profonda recessione, potrebbero avere ricadute negative sulle altre economie dell’area euro». La situazione nel nostro paese è quella che preoccupa di più, insieme alla Brexit e all’esito delle elezioni europee di maggio. Il pericolo riguarda anche gli istituti di credito: «Un periodo prolungato di rendimenti elevati in Italia metterebbe sotto ulteriore stress le banche, peserebbe sull’attività economica e peggiorerebbe la dinamica del debito». Il Fondo aggiunge che «in alcuni paesi dell’area euro (Francia, Italia e Spagna), andrebbero ricostruiti gradualmente gli accantonamenti, per evitare l’innescarsi di una spirale negativa fra i rischi sovrani e quelli delle banche, e assicurare la stabilità». Riguardo all’occupazione, l’Fmi dice che «in Italia misure per decentralizzare la contrattazione collettiva aiuterebbero ad allineare i salari e la produttività, rafforzando la flessibilità del mercato del lavoro e spingendo la crescita dell’occupazione». Nel frattempo, il tasso di disoccupazione resterà al 10,7% nel 2019, e al 10,5% nel 2020.

Parlando dell’Italia il capo economista del Fondo, Gita Gopinath, ha notato che la seconda metà del 2018 è stata particolarmente debole, ma ha evitato di commentare l’ipotesi della flat tax dicendo che «dobbiamo attendere i dettagli». La frenata riguarda tutto il mondo. L’Fmi prevede una crescita globale del 3,3% nel 2019, cioè 0,2 punti percentuali in meno rispetto alle stime di gennaio e 0,4 punti in meno rispetto all’ottobre 2018. Per il 2020 la stima è del +3,6%. L’eurozona il pil crescerà dell’1,3%, ossia 0,3 e 0,6 punti in meno rispetto a gennaio e ottobre. Negli Usa scenderà al 2,3% nel 2019, e all’1,9% nel 2020, cioè l’anno delle elezioni presidenziali. Ciò aiuta a capire le preoccupazioni di Trump, e i motivi per cui sta facendo pressione sulla Fed affinché scelga una linea più espansiva. Il capo della Casa Bianca infatti aveva promesso una crescita tra il 3 e il 4%, e se scendesse sotto al 2% otterrebbe risultati molto simili a quelli del predecessore Obama, smontando l’argomento principale con cui spera di attirare gli elettori indipendenti oltre alla sua base. La frenata globale però non è una scusa dietro cui Roma può nascondersi. L’Italia ha problemi specifici che la frenano e se non verranno affrontati, rischieranno di contagiare l’intera Europa.

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Fonte: http://www.lastampa.it/economia

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