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“Niente acqua, andate via”, i parrocchiani cacciano i turisti assetati

Negare l’acqua a due viandanti, senza un motivo particolare, semplicemente perché estranei, stranieri. O forse, visto il luogo in cui è successo, “forèsti”, come in dialetto veneto viene chiamato chi proviene da altre città.

Arzignano, frazione di Restena, domenica pomeriggio, più o meno intorno alle 14. Lea Ceccomarini e il compagno Filippo Varanini decidono di fermarsi nel piccolo borgo durante il viaggio in bicicletta da Vicenza a Verona. «Faceva caldo, avevamo finito l’acqua, ci siamo fermati» racconta lei. «Nessun bar, nessuna fontanella, unico segno di vita una sala parrocchiale in cui una quarantina di persone stavano pranzando allegramente. Presi dalla vitalità di questo paesino in mezzo alle colline abbiamo deciso di fermarci».

Fin qui niente di strano. Due ciclisti assetati si fermano in una parrocchia per riempire le borracce. «Ne avevo due in mano» ricorda Lea. «Sono entrata nella sala in cui i parrocchiani stavano pranzando, un uomo corpulento si è alzato ed è venuto verso di me. “Qui è privato”, mi ha detto. Gli ho risposto che dovevo solo riempire le borracce e che stavo cercando una fontanella. Ma lui è stato tassativo: “Non si può”.

In ciascuna delle tavole a cui erano seduti i commensali erano state sistemate tre bottiglie d’acqua fresca. E nella sala da pranzo c’era un lavandino. Sono uscita abbastanza disorientata». Ma non è finita. «Due giovani mi hanno suggerito di andare in un bagno accanto ma non ho fatto in tempo ad aprire il rubinetto che una donna di mezza età mi ha affrontato minacciosa: “Lei non ha niente da fare in questo bagno, appartiene alla parrocchia, è privato. Se ne vada subito da qui”.

Così ho fatto». Ferita, umiliata e incredula, Lea ha deciso di  raccontare l’accaduto con un lungo post su Facebook che ha ottenuto centinaia di condivisioni e commenti, alcuni anche molto duri nei confronti di questa comunità della provincia di Vicenza. «Ho origini francesi ma vivo in Veneto da anni e mi sento veneta. Le contraddizioni sono ovunque e, proprio per questo, non bisogna lasciar passare. “Ho avuto sete e mi avete dato da bere”, diceva un antico predicatore palestinese che la gente seduta a quei tavoli dovrebbe conoscere».

Una lancia a favore di Restena la spezza uno dei responsabili del gruppo giovani: «Facciamo tante opere di bene, non possono venire spazzate via da un comportamento sbagliato come quello». Ironia della sorte il nome Restena deriva dall’omonimo corso d’acqua che attraversa il borgo in collina. Il nome, scrive Wikipedia, potrebbe derivare dal termine dialettale “resta”, ovvero “sbarramento”. Nomen omen.


Fonte: https://www.repubblica.it/cronaca


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