La lezione di Canberra: in Australia le elezioni si giocano sul terreno del clima

Nel Nord, a gennaio, hanno trovato una mandria di cavalli selvaggi morti di sete, accanto ad una pozza d’acqua prosciugata. Nel Sud, gli opossum cadevano dagli alberi, stroncati dal caldo. Enormi incendi sono scoppiati un po’ dovunque: la Tasmania brucia ancora oggi. Ma, a febbraio, un metro e mezzo di pioggia in pochi giorni ha inondato il Queensland, annegando mezzo milione di bovini e spingendo i coccodrilli a salire sugli alberi. Il clima, in Australia, è sempre stato una cosa seria. Questa estate, però, è stato molto spesso letale. E, alla fine, l’emergenza ha sommerso la politica.

E’ difficile, per noi europei, staccare gli occhi dalla scadenza di maggio, quando, sui terreni dell’austerità e dell’immigrazione, sovranisti e non si disputeranno l’egemonia nella Ue, in elezioni già definite storiche. Ma, negli stessi giorni, si voterà anche in Australia e, per certi versi, il voto australiano è anche più storico e gravido di futuro: nei prossimi decenni, di elezioni così, ne vedremo, forse, molte. Perché, per la prima volta in termini così netti ed espliciti in un paese di cultura occidentale, il tema centrale del voto sarà il clima, che i sondaggi indicano come la preoccupazione principale degli elettori e che divide drasticamente una destra (i liberali) trumpiana e una sinistra (i laburisti) ambientalista.

Non è una novità assoluta. Gli ultimi cinque governi a Canberra sono caduti per motivi più o meno strettamente legati al clima. Ma lo scontro, ora, è esplicito. L’ultimo premier, Malcolm Trumbull, di destra, è stato defenestrato dalla sua coalizione per aver proposto misure di riduzione delle emissioni di CO2. Il suo posto è stato preso da Scott Morrison, solido amico della lobby del carbone, che si è immediatamente adoperato per mettere in soffitta gli impegni sottoscritti dall’Australia con l’accordo globale di Parigi sul clima.

Ma un’estate che, in materia di clima, ha battuto tutti i record ha fatto riesplodere le polemiche. L’ennesima siccità (molti bambini dell’asilo non hanno mai visto una goccia di pioggia in vita loro) ha piegato l’agricoltura, le temperature hanno raggiunto i 42-43 gradi nelle grandi città e i 47 a ridosso dei tropici. Le ondate di calore hanno fatto schizzare il ricorso ai condizionatori e il sovraccarico di domanda ha più volte condannato al blackout il sistema elettrico, spesso vincolato dagli sbalzi di offerta delle energie rinnovabili. Il risultato è una frattura netta nello schieramento politico. Da una parte, la destra al governo, convinta che con le rinnovabili si sia esagerato e che propone, sostanzialmente, misure di rafforzamento dell’efficienza energetica, senza intaccare il ricorso ai combustibili fossili. Dall’altra, l’opposizione che vuole rilanciare sull’accordo di Parigi, raddoppiando l’uso delle  rinnovabili e portando al 50 per cento (la Ue è ancora ferma al 40 per cento) l’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030.

Lo scontro è cruciale e carico di significato per il futuro, anche al di fuori dell’Australia, perché in gioco non ci sono solo stili di vita, più o meno ambientalisti, ma un vero e proprio modello economico. Gli interessi di cui Morrison è portavoce sono imponenti e decisivi per l’economia del paese: l’Australia è il maggior esportatore al mondo di carbone e di metano. Un recente rapporto della americana Brookings chiarisce che, in termini puramente economici, l’accordo di Parigi riduce circa dello 0,5 per cento la ricchezza del paese. I corrispondenti benefici della riduzione di emissioni, in termini di salute e benessere, per l’Australia, come per i paesi petroliferi, non riescono a compensare del tutto gli svantaggi.

Salvare gli opossum insieme alle vacche ed evitare di friggere in casa possono, tuttavia, essere motivi sufficienti per cercare di diversificare l’economia. Così la pensa, probabilmente, quel giudice che – primo caso in Occidente – ha bloccato l’apertura di una miniera di carbone, in nome della difesa dal riscaldamento globale.


Fonte: http://www.repubblica.it/economia

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