Cibo made in Italy: dall’embargo russo danni per un miliardo di euro

Proprio quando stava spiccando il volo gli sono state tarpate le ali. L’agroalimentare italiano aveva trovato nella Russia una fedele e sempre più appassionata ammiratrice, tanto che l’export verso Mosca cresceva, di anno in anno, in doppia cifra. Ma dopo l’annessione della Crimea tutto è cambiato. L’Unione Europea ha approvato pesanti sanzioni nei confronti della Russia e Putin, nel 2014, ha risposto con l’embargo dei prodotti alimentari europei, americani, canadesi e australiani.

Il risultato per il nostro Paese è una debacle: dal 2014 a oggi la perdita economica supera il miliardo di euro; e pensare che in Europa siamo uno dei Paesi che hanno retto meglio l’urto.

La lettura dei dati elaborati dal consente di farsi un’idea chiara delle conseguenze pratiche di un difficile rapporto diplomatico.

Nel 2013 infatti l’export italiano di prodotti alimentari verso Mosca ammontava a 705 milioni di euro per un’incidenza del 2,1% sul totale: solo quattro anni prima era la metà, con 333 milioni. Poi, nell’agosto del 2014, è arrivato il decreto che ha invertito la tendenza. Putin ha infatti imposto lo stop alle importazioni di carne (bovina, suina e di pollo), pesce, crostacei, latte, formaggi, ortaggi, tuberi, salsicce, salami e altro ancora, con qualche piccola eccezione (i prodotti senza lattosio, le patate e i piselli da semina) di poca rilevanza. Ed è iniziato il calo: -13% il primo anno e un ulteriore -38% quello successivo. Nel 2015 l’export era quasi tornato ai livelli del 2009 con merce venduta per 381 milioni di euro.

Ma già dal 2016 il settore ha rialzato la testa, contenendo i danni. 2016 e 2017 hanno fatto segnare infatti un +10% e un +24% mentre il 2018 si attesta sul +6% (ma il dato, specifica COnfagricoltura, è fermo al mese di ottobre). Ad oggi il valore dell’export in Russia è di 552 milioni di euro: 153 milioni in meno rispetto ai valori pre-embargo (-26%); in percentuale il calo è del 22%. Ma c’è un altro dato, che forse è quello che fa più male. Ipotizzando che, senza embargo, l’export sarebbe continuato a crescere agli stessi ritmi degli anni precedenti (+22% di media) la perdita sale a 3,7 miliardi di euro.

Ma quali sono i prodotti più colpiti in assoluti? Dal 2013 al 2018 l’export di carni, ortaggi e frutta è stato azzerato. Le preparazioni di cereali tengono duro e scendono “solo” da 83 a 57 milioni di euro, ma è una Caporetto anche per il latte e derivati, che da quasi 45 milioni oggi vale pochi bruscolini: appena 3 milioni.

Nord, il più colpito. Il centro studi di Confagricoltura ha anche analizzato i dati regione per regione. Il più danneggiato è il nord, con Emilia Romagna (-67 milioni), Piemonte (-42 milioni) e Veneto (-40 milioni) ai primi tre posti. Ci sono cinque regioni che dopo l’embargo sono però cresciute, seppure di pochi milioni di euro in termini assoluti: Lazio, Toscana, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Molise.

Non va poi tanto male. Se è vero che l’embargo russo ha significato, per l’Italia, un -26% di prodotti venduti, è altrettanto vero che in Europa siamo il Paese che meno ha sofferto le conseguenze dell’embargo. In Francia l’export – tra il 2013 e il 2017 – si è dimezzato (-48%), in Spagna va anche peggio (-54%) mentre la Germania registra un -38%. Va molto peggio a Lituania e Polonia (-64,8% e -63%) che, per motivi geografici sono partner naturali della Russia e da un embargo hanno molto più da perdere rispetto a Paesi che possono contare su molti altri mercati di sbocco.  


Fonte: http://www.repubblica.it/economia

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