Boateng sempre più leader “Ma non sono mai morto”

Due anni dopo, Kevin Prince Boateng è tornato in Italia. Dal Milan al Sassuolo, da San Siro al Mapei Stadium: sulla carta, il crepuscolo di un dio; nella realtà, un protagonista ritrovato. Dentro e fuori dal campo.

Prestazioni, personalità, carisma: la sua nuova vita in Serie Aè iniziata alla grande, con abbondanza di interviste da parte di giornali italiani e stranieri. C’è una domanda che si aspettava, o avrebbe voluto, e ancora non le è stata fatta?
“Nessuno mi ha chiesto: come stai? È la domanda più importante di tutte, ma di solito si fa tanto per attaccare discorso o strapparti una maglietta o un biglietto per la partita. Io, se chiedo a qualcuno come sta, lo faccio invece perché mi interessa davvero saperlo”.

Cosa è stato il Milan per lei?
“Crescita, esperienza e rock ‘n roll”.

Tra lei e Ibra, chi era il leader dello spogliatoio?
“A volte serviva che fosse Ibra, a volte che fossi io. Ma ce n’erano tanti: Pirlo, Nesta… Io ero il leader dei giovani, di quelli più svegli”.

Insomma, era lei a organizzare le uscite serali…
“Ma io sono uscito pochissimo! Se guardo indietro, mi accorgo che avrei potuto divertirmi molto di più: era proprio il mio momento, ero un idolo, avrei potuto approfittarne…”.

Ibrahimovic è stato il compagno più forte col quale ha giocato? “No. Lui mi ha insegnato il significato della parola ‘professionismo’ e a tirare in porta, ma il più forte è stato Ronaldinho”.

Cosa vuol dire invece essere leader al Sassuolo?
“Significa innanzi tutto dimostrare qualcosa sul campo. Nel nostro mondo parlano in tanti, ma la squadra ti segue e ti rispetta se fai i fatti, non se apri bocca. Io non sono mai arrivato in un gruppo annunciando: da oggi il leader sono io. Sono gli altri a darmi questo ruolo, e a me sta bene. Io tratto i compagni in maniera differente a seconda del carattere di ciascuno: c’è quello che ha bisogno di coccole e quello che ti ascolta solo se alzi la voce. Per me questo vuol dire essere un vero leader”.

Oggi nel mondo vede autentici leader, politici o morali?
“Pochissimi. Per questo abbiamo tanti problemi.Quelli considerati grandi leader a me sembrano attori di un film, che si parlano addosso e per la gente fanno poco o nulla”.

C’è un personaggio che le piace?
“Due: Will Smith e Denzel Washington. Esprimono idee, prendono posizione. Per esempio, io sono d’accordo col secondo quando dice che bisogna togliere i telefonini ai bambini. Io lo faccio coi miei figli: ogni tanto glieli prendo e li butto via. I ragazzi non giocano più all’aperto, non conoscono il profumo dell’erba”.

Cosa la preoccupa pensando al futuro di Maddox, il figlio che ha avuto da sua moglie Melissa Satta?
“Il razzismo. C’èancora, e diventa sempre più forte. In Italia è più nascosto, strisciante. Ma in Germania un mese fa erano in migliaia a marciare contro gli immigrati, e lo facevano col braccio alzato nel saluto nazista. Per fortuna, rispetto a prima c’è anche più gente che alza la voce contro i razzisti”.

Aveva un idolo da bambino?
“Sì. Muhammad Ali. Non solo perché era lo sportivo migliore al mondo, ma per ciò che ha rappresentato per tanti, me compreso: ci ha convinti che possiamo ottenere quello che vogliamo”.

Lei ci è riuscito?
“Sì. Il mio obiettivo è sempre stato quello di rendere migliore la vita delle persone che mi stanno intorno. Ho sfruttato fama e ricchezza per questo”.

Tranne il Las Palmas in Spagna, ha sempre giocato in squadre importanti, per tradizione e pubblico.Che effetto fa ritrovarsi nel Sassuolo e davanti a poche migliaia di tifosi?
“Mi dà tanta soddisfazione. Le realtà piccole sono spesso le migliori, perché hai veramente la sensazione di conoscere chi ti sta vicino. Nel grande club è tutto più dispersivo. Dicono: ‘Il nostro gruppo è come una famiglia’,ma non è mai così. Troppe teste, troppi interessi diversi. Qui invece siamo pochi e tutti ragionano come fossero una persona sola. In più, si vive bene, si mangia da dio, abbiamo un bello stadio, adesso stanno costruendo un centro sportivo tutto nuovo… C’è poca pressione? Vero, ma per questo c’è De Zerbi, un mister che va a due mila all’ora”.

Ma passare dagli ottanta mila di San Siro ai diecimila di Reggio Emilia…
“Mi sta bene: ci sono meno persone che fischiano se non gioco bene. In questo momento della mia carriera avevo veramente bisogno di un po’ di tranquillità, di concentrarmi solo sul calcio e non sulle cose intorno”.

Al Sassuolo ha scoperto un compagno che non si aspettava così forte?
“Sensi. Somiglia a Verratti. Lo curo da vicino perché voglio che esprima per intero il suo potenziale”.

E a Berardi cosa manca per diventare davvero grande?
“Non tanto. Forse, gli stimoli per avere ogni giorno la voglia che mette in partita. Ma né io, né nessun altro possiamo aiutarlo. Deve farcela da solo”.

L’amico del cuore al Milan?
“Ne ho lasciati molti, ma del cuore nessuno. Nel calcio gli amici cambiano velocemente. Io ho due amici veri, e sono già tanti: il mio procuratore Edoardo Crnjar e Patrick Ebert, che gioca nella Serie B tedesca”.

Il ricordo più bello al Milan?
“Lo scudetto nel 2011”.

Il più brutto?
“Lo scudetto perso l’anno dopo per colpa del gol non visto di Muntari contro la Juve”.

Perché ha detto sì al Sassuolo?
“Perché,avendoci giocato contro quando ero al Milan, ricordo che la squadra ha sempre praticato un buon calcio. Ho ancora nella memoria un gol di Duncan con una botta al volo su calcio d’angolo. E poi, non potevo dire di no: De Zerbi mi chiamava otto volte al giorno”.

Per convincerla a venire?
“No: per ordinarmelo”.

Dov’è andato a vivere?
“A Modena. Mi avevano detto che è una città carina e ho scelto quella”.

Può passeggiare tranquillo tra la gente?
“Passeggiare è un po’ difficile. Ho dovuto prendere una bici per andare più veloce”.

Alla Bild ha detto di essere tornato da noi per la famiglia: è questo il Paese dove vuol veder crescere Maddox?
“Sì. Resterò qui anche dopo il calcio. Con Melissa e il bambino vivremo a Milano”.

Che peso ha avuto sua moglie nella scelta?
“Zero. Ho pensato al bene della famiglia, e il bene della nostra famiglia è in Italia”.

Ha deciso cosa farà a fine carriera?
“Voglio giocare ancora tre-quattro anni, poi ho già tutto in testa: mi occuperò dei giovani calciatori, quelli a inizio carriera. Non so ancora se come procuratore o mental coach, ma voglio occuparmi di loro in qualsiasi maniera: le scelte professionali, i guadagni, la loro crescita come calciatori e uomini. Quando ero giovane io nessuno si è occupato di me, della mia vita. Sì, da ragazzo mi hanno permesso di firmare un bel contratto, ma poi?A me serviva parlare, capire. Invece coi primi soldi sono andato fuori di testa”.

È tornato anche per dimostrare di essere ancora un giocatore di alto livello?
“L’ho già dimostrato. Sento parlare della rinascita di Prince… L’anno scorso ho vinto la Coppa di Germania, in Spagna l’anno prima ho giocato 25 partite con 10 gol e 5 assist, sono stato premiato per il gol della stagione e inserito nella formazione ideale del campionato. Perciò, non sono rinato adesso perché non ero morto prima”.

A Liberi Tutti, l’inserto del Corriere della Sera, ha detto che per lei i capelli sono “importantissimi”. Perché?
“Non lo so. È una mia fissa. So soltanto che possono toccarli in due: un parrucchiere a Milano e uno a Berlino”.

Ha detto pure: “Oggi posso vivere senza negatività e pressioni”.
“Tante pressioni me le sono messe addosso da solo: vincere, giocare bene… Anche adesso voglio le stesse cose,ma ho capito che ci sono giorni in cui semplicemente non riesci a farlo, e ho imparato ad accettarlo. Quanto alle negatività, prima, se venivo fischiato o insultato, soffrivo. Ora ci passo sopra”.

Se ripensa al bambino che era, che cosa ricorda?
Ero un po’ matto. In senso buono, ma ero matto.Volevo fare tutto in un giorno: giocare, ballare, andare in giro con gli amici. Il guaio è che sono rimasto lo stesso: quando voglio una cosa, la voglio subito”.

Melissa non è riuscita a calmarla?
“Mi ha calmato in un altro senso: non ho più bisogno di tanto come prima”.

Per cosa litigate? — “Per stronzate… Un giorno sono tornato dall’allenamento, avevo fame, e lei da brava donna mi ha preparato da mangiare. Però mi ha fatto gli gnocchi, e io odio gli gnocchi. Mi sono incazzato nero. Ci siamo tenuti il muso per due giorni. Lei diceva: “Ma cosa vuoi da me, più che cucinarti tutti i giorni che devo fare…?”. E io: “Tu devi capire come è il tuo uomo!”.

Sul polso sinistro ha tatuato I love you. È dedicato a sua moglie?
“Sì. E lei se l’è fatto uguale. È nato così: stavamo già insieme e lei non mi diceva mai “Ti amo”. Io glielo ripetevo di continuo e lei mai. Pensavo: vabbè, aspettiamo. Ma la cosa mi dava fastidio. Poi, una sera a cena, in Sardegna insieme ai suoi genitori, prende un tovagliolo di carta, ci scrive sopra qualcosa, lo ripiega e me lo passa. Apro e leggo I love you. L’ho tenuto da parte e mi sono fatto il tatuaggio”.

Tre anni fa ha fatto pace con suo padre, che era andato via da casa quando lei era bambino. Perché ha deciso e perché proprio allora?
“Perché si perde così tanto tempo…Tra i nostri amici e i vicini, negli ultimi tempi tanti hanno avuto parenti in ospedale o ci sono finiti loro stessi. A quel punto ho detto a me stesso: hai già perso undici anni della sua vita, vuoi perderne altri undici? E poi c’è mio figlio che ha il diritto di vedere il suo nonno nero, come lo chiama lui”.

Ha chiesto a suo padre perché l’aveva abbandonata?
“No. Non volevo neanche saperlo. Qualsiasi cosa mi avesse detto, non avrebbe cambiato niente. Sono cresciuto da solo, quasi tutto quello che ho fatto nella mia vita l’ho fatto da solo, le spiegazioni adesso non servono più. Andiamo avanti insieme, invece”.

Che padre è lei per Maddox?
“Molto tedesco: si cena alle sette, si va a letto alle nove. Però sono anche capace di giocare tanto assieme a lui. Provo a dargli tutto quello che non ho avuto io”.

Se dovesse descriversi con tre aggettivi, quali userebbe?
“Impaziente. Generoso. Diretto”.

Si sente un personaggio?
“Siii… Al cento per cento”.

Cosa la emoziona davvero?
“Non qualcosa in particolare. Sono molto emotivo. Sensibile. Una canzone, un film: se mi toccano, piango”.

La sua qualità migliore?
“Dare felicità agli altri”.

Il suo peggior difetto?
“L’impazienza”.

Prega?
“No”.

Ultimo libro letto?
“Desert flower (Fiore del deserto), l’autobiografia di una modella somala, Waris Dirie, infibulata da bambina. L’ho letto quattro volte”.

Cosa l’annoia?
“Stare fermo”.

Cosa la fa sorridere?
“Christian De Sica e Checco Zalone”.

La sua idea di felicità?
“Vivere senza pensieri”.


Fonte: http://www.gazzetta.it/

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