La vespa che sta decimando le nostre castagne

I castagneti italiani sono in crisi. La minaccia viene dalla Cina sotto forma di un insetto parassita. Si chiama Dryocosmus kuriphilus Yasumatsu ma è più noto come vespa cinese e la sua azione, insieme ad altre concause, sta provocando enormi danni alla produzione di castagne del nostro paese. In alcuni casi le coltivazioni commerciali hanno subito crolli del 50-70%, talvolta la produzione è stata addirittua cancellata.

Partita dalla Cina, la vespa è piombata in Europa passando per Turchia, Grecia e Slovenia, arrivando infine nel nostro paese quasi 20 anni fa. I vettori, molto probabilmente, sono state delle piante infette vendute in qualche vivaio. “La vespa cinese si nutre di foglie, soprattutto di germogli perché sono più teneri. E quando il parassita arriva sulla pianta, il castagno ha una reazione naturale: sulle foglie produce delle galle (protuberanze) all’interno delle quali però si sviluppano le larve dalle uova che l’insetto aveva deposto”, spiega Lorenzo Ciccarese, ricercatore dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Questo, spiega ancora il ricercatore, porta gli alberi a crescere poco, a indebolirsi e spesso ad ammalarsi di altre patologie:

quasi sempre il cancro corticale, causato da un fungo microscopico che penetra nella piante attraverso le radici più giovani, causando il marciume delle radici e poi del fusto.

Ma i guai dei nostri castagni (Castanea sativa) non sono finiti. Il cancro corticale negli ultimi anni è molto più aggressivo perché i castagni sono sempre più deperiti. Non solo per i ripetuti attacchi della vespa, ma anche per via del cambiamento climatico, che si traduce in “temperature medie più elevate, siccità prolungate e, in alcuni casi specifici, di intense grandinate primaverili e un maggior numero di cicli riproduttivi dei parassiti nel corso dell’anno”, specifica Ciccarese, che per Ispra è Responsabile per la biodiversità terrestre, agricoltura e foreste.

Il danno è anche ambientale: secondo i dati Ispra, i boschi di castagno, diffusi soprattutto in Piemonte, Toscana e Liguria, rappresentano circa il 7,5% del totale della superficie forestale nazionale. I castagneti rivestono un ruolo molto importante per il mantenimento della biodiversità soprattutto su Alpi, Prealpi e Appennino, per non parlare del valore paesaggistico.

Parlare di castagne, in Italia, significa inoltre rievocare riti culinari e tradizioni radicate in modo profondo. L’eredità più palpabile sono le tre produzioni Igp (Castagna di Cuneo, del Monte Amiata, di Montella) e quella Dop (di Vallerano), i tanti marroni Igp insieme alle mille sagre autunnali disseminate lungo lo stivale. Tradizione che si è trasformata in business: malgrado il calo degli ultimi anni, l’Italia resta infatti il primo esportatore al mondo per valore degli scambi e il secondo per quantità scambiate dopo la Cina. In Campania si concentra quasi il 50% della produzione nazionale di castagne, con diverse industrie della filiera.

“Se vogliamo rivitalizzare le aree rurali del nostro Paese dobbiamo tutelare la produzione delle castagne perché costituiscono una fonte di reddito importante per chi le abita”, sostiene Ciccarese. Scienza e istituzioni sembrano meno interessati ai problemi dei castagneti rispetto alla crisi degli uliveti pugliesi scatenata da Xylella fastidiosa o altre patologie della vite, proprio perché il valore economico della produzione è inferiore.

Questo non significa che non si stia cercando una soluzione. Ispra ha appena pubblicato sulla lotta biologica contro la vespa cinese, curato dallo stesso Ciccarese.

L’utilizzo degli insetticidi di sintesi si è rivelato fallimentare. “Il risultato è un aumento degli impatti sull’acqua e sul suolo e un’ulteriore perdita di biodiversità perché si tratta di prodotti a largo spettro, che colpiscono la vespa cinese ma anche molti altri insetti non minacciosi e che, anzi, potrebbero essere suoi antagonisti naturali”, spiega Ciccarese.

Risultati migliori, soprattutto in Piemonte e Toscana, sono arrivati dalla lotta biologica: per combattere la vespa cinese è stato “ingaggiato” un suo connazionale, il parassitoide Torymus sinensis che ha adattato il proprio ciclo biologico a quello del cinipide. Tuttavia, combattere un insetto “alieno” con un altro alieno può essere un rischio: quello di far proliferare un parassitoide che potrebbe trasformarsi in un parassita, di altre piante o altri insetti. Ecco perché nel frattempo sono stati individuati altri insetti, autoctoni, in grado di competere con la vespa cinese. “Se riusciremo a ridurre la sua popolazione del 20/30% sarà già un successo – conclude Ciccarese – visto che l’eradicazione di un insetto non è possibile: ormai possiamo al massimo contenerlo”.


Fonte: http://www.nationalgeographic.it/

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