Carandini: “La manutenzione salva l'arte, purtroppo non fa prendere voti”

ROMA – “Se lo vediamo dal punto di vista del nostro corpo tutto ci appare chiaro. Sappiamo ad esempio che, se non ci laviamo i denti con la dovuta cura, arriverà presto un’emergenza, il crollo di una parte della superficie mangiata dalla carie. E a quel punto bisognerà procedere a un restauro dell’arcata dentaria, un intervento a quel punto necessario e magari eseguito perfettamente. Ma il nostro obiettivo non è quello: noi speriamo di mantenere intatti i nostri denti il più a lungo possibile, non di sostituirli con delle magnifiche dentiere. Perché per i nostri straordinari monumenti, per la bellezza del nostro Paese non vale la stessa regola?” Andrea Carandini, archeologo di fama internazionale e presidente del Fai, il Fondo per l’Ambiente Italiano, spiega così il senso delle Giornate Fai di autunno che si celebreranno il 13 e il 14 ottobre.

Il ricordo della tragedia del ponte di Genova è ancora fresco e evoca tanti altri crolli, piccoli e grandi, accomunati dalla stessa causa: la concentrazione delle risorse sulle nuove opere (spesso grandi opere) a detrimento della manutenzione dell’esistente. Questo paradosso vale anche per l’arte?“Purtroppo sì”, risponde Carandini. “A Pompei sono stati spesi più fondi per il restauro che per la manutenzione e, sempre in carenza di manutenzione, si cominciano addirittura nuovi scavi. Per questo voglio dire con chiarezza che noi, come Fai, siamo favorevolissimi ai restauri, ma solo dopo aver messo in sicurezza il patrimonio esistente”.Non è il trend dominante.“E certo, perché se si fa bene la manutenzione non si finisce sui giornali, non ci sono celebrazioni, conferenza stampa, tagli di nastro. Ci si è limitati a far bene il proprio dovere. Un restauro invece fa clamore e porta consenso. Per questo dico che oggi ci sarebbe bisogno di un certo ascetismo mondano, merce sempre più rara”.

Il Fai è anche un gestore del patrimonio artistico: curate 61 beni con 26 mila metri quadrati di coperture, 69 mila metri quadrati di pavimenti e 1.200 finestre. Come ve la cavate con la manutenzione?“Abbiamo imparato a nostre spese. I primi anni eravamo molto concentrati sulla crescita, ci sembrava importante estendere la tutela. Ma ci siamo accorti presto che se la manutenzione veniva trascurata le spese si impennavano e i bilanci erano a rischio. Il motivo è ovvio: un conto è eliminare le foglie dai tetti per evitare che si accumuli terriccio e crescano le piante, o tenere puliti i torrenti. Un conto è rifare i tetti crollati e subire il danno delle inondazioni. Oggi abbiamo operai acrobati che, con un sistema di ganci di sicurezza molto curato, sale una volta all’anno sulle cupole degli edifici che gestiamo. Paghiamo un po’ più di 100 mila euro l’anno per la manutenzione, ma evitiamo danni per milioni di euro”.


Fonte: http://www.repubblica.it/

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