Indennità di disoccupazione, un miliardo e 700 milioni vanno a chi non si attiva per cercare lavoro

MILANO – Tra marce indietro sulla riforma degli ammortizzatori sociali, annunci sul potenziamento dei centri per l’impiego (un miliardo promesso dalla vice ministra Laura Castelli) e promesse sul nuovo Reddito di cittadinanza, l’Italia disperde 1,7 miliardi di euro in prestazioni di sostegno a disoccupati che non si “attivano” nella ricerca di un lavoro, come sarebbe loro richiesto dai nuovi strumenti dedicati a chi perde il posto. Di indennità per la disoccupazione (strumenti diversi dal Rei o dal Rdc) si è occupato un dossier della Banca d’Italia a firma di Federico Giorgi appena dato alle stampe. Nella ricognizione di come sono cambiati gli strumenti messi in campo negli ultimi anni, si ricorda che due sono stati gli snodi fondamentali: la riforma Fornero del 2012 e quindi il Jobs act del 2015. Interventi che hanno ampliato il sistema di protezione dei lavoratori rimasti a casa, che è diventato universalistico e più generoso: dalla vecchia indennità/mobilità alla Aspi e quindi alla Naspi, le reti di protezione si sono ampliate in particolare per “le femmine, gli apprendisti, i dipendenti a tempo indeterminato e i lavoratori occupati in aziende più piccole, specialmente nel settore dei servizi”, ricostruisce lo studio. Una volta isolati i casi di nuovi disoccupati e depurati i dati dall’andamento economico generale, alle innovazioni normative il dossier traccia un “significativo aumento della copertura che è passata al 61 per cento della Disoccupazione ordinaria all’86 dell’ASpI e della NASpI”.  Quel che non ha ancora fatto lo scatto decisivo è la gamba delle politiche attive, rimasta tra le altre cose invischiata nello stop alla riforma costituzionale che ha inabissato il governo Renzi e con esso il trasferimento della competenza sul tema dalle Regioni allo Stato, in particolare all’Anpal. Dalle elaborazioni fatte da via Nazionale, risulta che ancora una persona su sette, fra quanti ricevono un sussidio di disoccupazione o mobilità, non risulta attivo sul mercato del lavoro. “Nonostante la crescente attenzione che nel tempo le norme hanno posto sul fatto che chi riceva un sussidio debba ricercare un lavoro ed essere pronto ad accettare lavori ‘congrui’, il quadro poco è mutato rispetto al passato”. La situazione è paradossale, perché la stessa norma istitutiva della Naspi insiste sulla condizionalità del supporto economico alla ricerca attiva di lavoro, prevedendo in caso di violazione sanzioni sia per i disoccupati che per i funzionari dei centri per l’impiego. Le penalizzazioni sono graduate: ad esempio, se un disoccupato percettore di Naspi non si presenta a uno degli appuntamenti indicati nel “patto di servizio” – senza giustificazione – subisce un taglio di un quarto della mensilità nel primo caso, che diventa lo stop di una intera mensilità alla seconda assenza e la perdita della prestazione in toto nel terzo caso. E sempre la norma prevede che le sanzioni partano dal Centro per l’impiego, che deve metterne a conoscenza Anpal e Inps: quest’ultimo dovrebbe recuperare le somme indebite eventualmente erogate. Invece, secondo Bankitalia “la maggiore attenzione che con la Naspi il legislatore ha prestato all’esigenza che il lavoratore sussidiato sia attivamente alla ricerca d’un lavoro non sembra essersi traslata in una maggiore attivazione dei soggetti sussidiati, che anzi sarebbero stati, ceteris paribus, meno attivi”. E via Nazionale attribuisce anche un valore economico a questi sussidi che piovono laddove non ci si attiva: “Si stima che la spesa complessiva per sussidi di disoccupazione e mobilità che va ad appannaggio di percettori irregolari è di 1,7 miliardi di euro nel 2016 (su una spesa totale di 17,6 miliardi nel 2016, inclusi i contributi figurativi, ndr). A livello regionale, è la Lombardia con circa 300 milioni di euro a evidenziare il livello più alto di spesa per sussidi concessi a disoccupati non attivi”.


Fonte: http://www.repubblica.it/economia

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