I manager ammettono: “Dobbiamo cambiare i modelli di bussines”

ROMA – L’innovazione, il digitale, la globalizzazione sono sfide per tutti, non solo per i lavoratori. Manager e imprenditori “invecchiano” anche loro e spesso non sono capaci di intercettare i cambiamenti epocali dell’epoca che stiamo vivendo. Accade sempre più spesso, tanto che 4Manager (un ibrido nato un anno fa che ha unito in un progetto Confindustria e Federmanager), ha creato un Osservatorio sul mercato del lavoro, con un occhio puntato sulle competenze manageriali. I primi risultati li hanno presentati ieri davanti alla platea di Confindustria riunita a Roma. Non sarà, queste almeno le premesse, uno dei tanti osservatori che monitorizzano il mercato del lavoro. La sfida è più alta, andare sui territori (loro lo stanno facendo), per capire da vicino quali sono i bisogni delle imprese, quelle che hanno resistito alla crisi e oggi hanno i bilanci in ordine. Cosa serve a queste realtà produttive per diventare più competitive? La risposta è stata chiara: per il 70 % di questo campione ibrido (manager e imprenditori) è necessario modificare il modello di bussiness e anche la governance delle aziende. La nuova cultura d’impresa va dunque rifondata. Punti cardini di questo processo sono ascolto, condivisione e agilità. Non solo. Contaminazione creativa e competenze trasversali vanno premiate, non ostacolate.

Perché così com’è non va, non funziona più e comunque le competenze adatte al ruolo non solo le stesse di dieci anni fa. I modelli di bussiness sono mutati, la reputazione aziendale è sempre più sotto gli occhi di tutti, a cominciare dai consumatori, come forse non è mai stata nella storia, la produttività del lavoro seppure in crescita, è comunque inferiore rispetto a quella europea, Germania in testa.  E spesso manager e piccole imprese non sono pronte al cambiamento. Come dire che mentre la società muta, i modelli di bussines sono rimasti gli stessi, verticistici, piramidali, gerarchici e burocratici. Il contrario di quanto richiesto dal momento storico, che chiede sistemi organizzativi aperti alla contaminazione, agili, flessibili e in grado di liberare i potenziali creativi delle persone. Una realtà confermata da una ricerca condotta dal Boston Consulting Group, dalla quale è emerso che le aziende che innovano l’intero modello di business hanno un vantaggio competitivo misurabile in +8,5% sugli utili nell’arco dei tre anni. Organizzazioni rigide e burocratiche, basate sulla divisione del lavoro settoriale e specialistica, sono infatti considerate “obsolete” in un mercato del lavoro che sempre più chiede dinamicità. Ecco perché nelle grandi imprese lo smart working (la possibilità di avere un orario più flessibile) è in netta crescita, insieme a una moderna visione del luogo di lavoro, che deve essere adattato alla rivoluzione digitale. “Le parole d’ordine del cambiamento in atto – è scritto nel Rapporto – sono flessibilità strategica, apertura, creazione e condivisione di idee in grado di generare valore e orientamento al cambiamento, organizzativo e gestionale”.

Cosa manca ai manager italiani?  “La capacità di fungere da connettori di persone e di processi, di anticipare in modo creativo le tendenze del mercato e di integrare trasversalmente asset e competenze, attraverso la combinazione di hard skills (competenze tecniche e specialistiche) e soft skills (quelle comportamentali), utili a rendere omogeneo il processo di cambiamento, a tutti i livelli. “Gli ultimi dati Eurostat – spiega Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager – ci dicono che la produttività del lavoro italiano è cresciuta del 4% contro una media Ue del 10,5%. La produttività del lavoro tedesco invece è tre volte più veloce. Significa che avanziamo, ma ancora troppo lentamente”. E questa lentezza la pagano un po’ tutti. Certo la forza manageriale costa e le medie imprese spesso non investono sul management. Ecco perché Federmanager e Confindustria hanno deciso di andare sui territori per capire come fare per esempio a indirizzare le aziende verso i mercati esteri. “Le imprese del futuro – come ha sottolineato il leader di Confindustria, Vincenzo Boccia, saranno ad alto valore aggiunto, alta intensità di capitali, alta produttività e dovranno essere eccellenti in ogni funzione aziendale. In questa ottica appare evidente l’importanza di poter contare su manager competenti e completi”. Guardare all’innovazione dunque senza resistere al cambiamento in atto.


Fonte: http://www.repubblica.it/economia

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